Quale costituzione per l’uomo indebitato?

Posted: ottobre 28th, 2012 | Author: | Filed under: comune, crisi sistemica, postcapitalismo cognitivo, Révolution | No Comments »

di MARCO SILVESTRI

Tempo di crisi. Crisi economica, crisi dello stato, crisi della proprietà.

Lo spiegarsi del capitale di bolla in bolla (il capitale procede attraverso rotture o meglio mediante delle distruzioni creative che si concludono con le crisi Negri-Hardt, Comune, 148) ha dilatato i confini, reso inermi i governi (meglio, violenti esecutori di ordini nella ricerca di un introvabile ordine) sottoposti a commissari e troike.

La finanziarizzazione ha reso evidente anche la crisi dello statuto della proprietà (ed è evidente che parlare di “proprietà” al plurale non risolve il problema).

L’incertezza di trovare un proprietario nell’intricato reticolo di cartolarizzazioni dei mutui sub prime, la pretesa di ravvisare una lesione del diritto di proprietà nel rifiuto degli stati di onorare il debito pubblico, elidono alla radice il fondamento del sacro ed inviolabile privilegio.

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La costituzione del comune

Posted: ottobre 27th, 2012 | Author: | Filed under: comune, crisi sistemica, critica dell'economia politica, postcapitalismo cognitivo, postoperaismo, Révolution | No Comments »

di ANTONIO NEGRI

Un intervento al seminario Uninomade a Roma 26/10/2012

Organizzerò il mio intervento su tre punti fondamentali. Cercherò innanzitutto di definire la convenzione finanziaria che oggi ci domina e come essa abbia modificato il rapporto tra privato e pubblico. In secondo luogo cercherò di analizzare come il privato e il pubblico siano stati fissati nella costituzione del 1948, ma soprattutto come essi si presentino nel farsi della costituzione europea. Infine, cercherò di capire come, in nome del comune, possa essere rotta la convenzione costituzionale che ci lega, opponendo dispositivi antagonisti all’esercizio del potere finanziario, costruendo una “moneta del comune” – insomma, che cosa significa, dentro/contro l’attuale convenzione finanziaria europea, procedere nella costruzione del comune?

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Le intercesseurs

Posted: ottobre 27th, 2012 | Author: | Filed under: post-filosofia, Révolution | No Comments »

di Gilles Deleuze

Si ça va mal dans la pensée aujourd’hui, c’est parce que, sous le nom de modernisme, il y a un retour aux abstractions, on retrouve le problème des origines, tout ça… Du coup, toutes les analyses en termes de mouvements, de vecteurs, sont bloquées. C’est une période très faible, une période de réaction. Pourtant, la philosophie croyait en avoir fini avec le problème des origines. Il ne s’agissait plus de partir, ni d’arriver. La question était plutôt qu’est-ce qui se passe « entre » ? Et c’est exactement la même chose pour les mouvements physiques.

Les mouvements, au niveau des sports et des coutumes, changent. On a vécu longtemps sur une conception énergétique du mouvement : il y a un point d’appui, ou bien on est source d’un mouvement. Courir, lancer le poids, etc. : c’est effort, résistance, avec un point d’origine, un levier. Or aujourd’hui on voit que le mouvement se définit de moins en moins à partir de l’insertion d’un point de levier. Tous les nouveaux sports – surf, planche à voile, deltaplane… – sont du type : insertion sur une onde préexistante. Ce n’est plus une origine comme point de départ, c’est une manière de mise en orbite. Comment se faire accepter dans le mouvement d’une grande vague, d’une colonne d’air ascendante, « arriver entre » au lieu d’être origine d’un effort, c’est fondamental.

Et pourtant, en philosophie, on en revient aux valeurs éternelles, à l’idée de l’intellectuel gardien des valeurs éternelles. C’est ce que Benda déjà reprochait à Bergson être traître à sa propre classe, à la classe des clercs, en essayant de penser le mouvement. Aujourd’hui, ce sont les droits de l’homme qui font fonction de valeurs éternelles. C’est l’état de droit et autres notions dont tout le monde sait qu’elles sont très abstraites. Et c’est au nom de ça que toute pensée est stoppée, que toutes les analyses en termes de mouvements sont bloquées. Pourtant, si les oppressions sont si terribles, c’est parce qu’elles empêchent des mouvements et non parce qu’elles offensent l’éternel. Dès que l’on est dans une époque pauvre, la philosophie se réfugie dans la réflexion « sur »… Si elle ne crée rien elle-même, que peut-elle bien faire, sinon réfléchir sur ? Alors elle réfléchit sur l’éternel, ou sur l’historique, mais elle n’arrive plus à faire elle-même le mouvement.

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Comunismo

Posted: ottobre 27th, 2012 | Author: | Filed under: comune, critica dell'economia politica, postoperaismo, Révolution | No Comments »

Questo testo è stato estratto dall’intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi. Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell’intervento.

di Toni Negri

L’affermazione che la storia è storia della lotta di classe, sta alla base del materialismo storico. Quando il materialista storico indaga sulla lotta di classe, lo fa attraverso la critica dell’economia politica. Ora, la critica conclude che il senso della storia della lotta di classe è il comunismo: «il movimento reale che distrugge lo stato di cose presente». Si tratta di starci dentro a questo movimento. Si obietta spesso che queste affermazioni sono espressioni di una filosofia della storia. A me però non sembra che si possa confondere il senso politico della critica con un telos della storia. Nel corso della storia, le forze produttive normalmente producono i rapporti sociali e le istituzioni dentro i quali sono trattenute e dominate: questo sembra evidente, questo registra ogni determinismo storico. Perché allora ritenere che un eventuale rovesciamento di questa situazione e la liberazione delle forze produttive dal dominio dei rapporti capitalisti di produzione costituiscano (secondo il senso operativo della lotta di classe) un’illusione storica, un’ideologia politica, un non-senso metafisico? Cercheremo di dimostrare il contrario.

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moltitudine vs governance

Posted: ottobre 25th, 2012 | Author: | Filed under: comune, crisi sistemica, postcapitalismo cognitivo, postoperaismo, Révolution | No Comments »

Nuovi movimenti sociali e teorie critiche del costituzionalismo
post-novecentesco oltre la New European Governance 1

di Giuseppe Allegri

(pubblicato in M. Blecher et alii (a cura di), Governance, società civile e movimenti
sociali. Rivendicare il comune, EdS, Roma, 2009, pp. 223-253)

«La pratica è un insieme di elementi di passaggio da un
punto teorico ad un altro, e la teoria è il passaggio da una
pratica ad un’altra. Nessuna teoria può svilupparsi senza
incontrare una specie di muro ed è necessaria la pratica per
sfondarlo. […] Non c’è più rappresentazione, non c’è che
l’azione: l’azione della teoria e quella della pratica in
rapporti di collegamento o di scambio»
Gilles Deleuze in conversazione con Michel Foucault,
Gli intellettuali e il potere, 1972

Premessa
La scommessa di queste note è quella di leggere in modo inedito le possibili
combinazioni tra le pratiche di governance e le azioni dei nuovi movimenti sociali
(NSMs): si propone un punto di vista eccentrico rispetto ai processi di good o new
governance europea, ma anche in confronto all’agire dei movimenti sociali dell’era
globale. Ri-pensare questo improbabile incrocio tra attivismo dei NSMs e nuovi
strumenti di governance (“New Modes of Governance” – NMG) nel laboratorio
comunitario europeo, tra resistenze del sovranismo intergovernativo, trasformazione del
metodo di governo comunitario ed embrionale emergenza di una opinione pubblica
europea non addomesticata e aldilà di una società civile istituzionalizzata.

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commons

Posted: ottobre 22nd, 2012 | Author: | Filed under: comune, postcapitalismo cognitivo, Révolution | No Comments »

Il diritto dei beni comuni oltre il pubblico e il privato

di MARIA ROSARIA MARELLA

1. Perché un diritto dei beni comuni dovrebbe porsi oltre il pubblico ed il privato[i]? Un chiarimento a partire dal titolo di questo contributo è necessario ed al tempo stesso utile per introdurre alla complessità del tema che tento qui di affrontare, quello dei commons e del loro possibile statuto giuridico.

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Morte mimetica

Posted: ottobre 21st, 2012 | Author: | Filed under: anthropos | No Comments »

di Massimo Canevacci

Pigrizia

Non sono uno specialista sulla malavita né ho mai fatto ricerche su tale argomento. La mia impostazione teorica ed empirica si basa sul metodo etnografico, che è nella sua immanenza basato sulla ricerca micrologica. A causa di questa assenza, il mio svolgimento sarà di tipo filosofico. O meglio, affermerà la connessione profonda di una certa filosofia sociale che si intreccia con un’antropologia teorica cui mi sento di appartenere. Entrambe, a mio avviso, rifiutano ogni ontologia e trovano la loro parziale quanto temporanea verità nella ricerca focalizzata e nella trasformazione dell’esistente. In genere rifiuto di scrivere su cose che non conosco direttamente. In questo caso ho accettato per diversi motivi: in primo luogo perché questa rivista di filosofia e la sua scelta monografica sulla malavita mi continuano a mantenere un legame con l’Italia, da cui mi sono auto-esiliato da qualche anno. E poi per la speranza che questo infelice paese si trasformi su criminalità e corruzione e continui a lottare contro ogni realismo. Ma soprattutto perché è una sfida cui è difficile rinunciare, che – mi sembra chiaro – rifiuto esplicitamente di leggere come metafora, nei limiti secondo cui ogni scrittura è sempre metaforica. La mia riflessione svolgerà e tenterà di applicare concetti di Bateson (doppio vincolo e schismogenesi), di Adorno (mimesi e morte), di Tony Soprano (valori e turpiloquio), autori vari (cinema e melodramma).

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L’Europa della piigs revolution

Posted: ottobre 20th, 2012 | Author: | Filed under: comune, postcapitalismo cognitivo, Révolution | No Comments »

di ADRIÀ RODRÍGUEZ e GIGI ROGGERO

1. Una nuova fase

Nell’ultimo mese e mezzo, dopo l’estate del 2012, abbiamo visto una serie di avvenimenti che ci obbligano a ripensare la situazione europea e la situazione delle lotte, soprattutto nel sud del continente. In Portogallo, Spagna e Grecia si stanno sviluppando nuovi processi di conflitto che vanno oltre la critica alle istituzioni e le politiche di austerità, e che cominciano a incentrarsi sulla sfida dei processi costituenti. Negli ultimi due anni in Grecia i movimenti hanno assunto una forza destituente, al punto da mettere in crisi e contribuire alla caduta del governo socialista di Papandreou, per quanto sostituito da un esecutivo “tecnico”, cioè direttamente al servizio dei mercati finanziari. Le recenti mobilitazioni moltitudinarie contro la visita di Angela Merkel ad Atene e lo sciopero generale del 18 ottobre (con la polizia che causa la morte di un manifestante di 66 anni) confermano il rifiuto assoluto del “governo della finanza” e dell’austerity. Quello che qui ci interessa sottolineare è che, durante questo ultimo mese e mezzo, un processo dai tratti simili si è sincronicamente sviluppato in Portogallo e in Spagna. Nel primo caso, a partire dalle grandi manifestazioni del 15 settembre in più di quaranta città del paese, unite dalla parola d’ordine: “Basta troika! Vogliamo le nostre vite”, un grido diretto non solo contro i diktat della Bce, ma anche contro il governo nazionale, in quanto ingranaggi della stessa macchina. Al 15-S ha fatto seguito, il 29 settembre, un’altra manifestazione di massa a Lisbona, davanti al parlamento, proprio nello stesso giorno in cui a Madrid decine di migliaia di persone protestavano di fronte al Congresso dei deputati per la stessa ragione. I palazzi della capitale spagnola erano già stati assediati quattro giorno prima: l’iniziativa era stata convocata e si era diffusa attraverso i social network, con lo slogan “Rodear el Congreso” (“Circondare il Congresso”), per esigere le immediate dimissioni del presidente Rajoy e l’apertura di un processo costituente. Le mobilitazioni in Portogallo e in Spagna hanno aperto una nuova fase all’interno dei movimenti: a partire da qui, sono già stati convocati scioperi, blocchi e assedi. Al pari della Grecia, anche in Spagna e Portogallo i movimenti stanno praticando un’iniziativa di destituzione dei governi. In Italia, seppure a fatica, si inizia a fare i conti con i lasciti non solo del berlusconismo ma anche e soprattutto dell’anti-berlusconismo, cioè con un piano di conflitto incentrato sulla presunta “anomalia” nazionale e attestato sulla mera difesa di una costituzione formale definitivamente esaurita. In Europa, a partire dall’area mediterranea, la crisi di legittimità e governabilità apre uno spazio che è, al contempo, destituente e costituente.

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Matteo Pasquinelli

Posted: ottobre 15th, 2012 | Author: | Filed under: au-delà, crisi sistemica, post-filosofia, postcapitalismo cognitivo, Révolution | 1 Comment »

To Have Done with the Dispositif of God!
On the Archeology of Norm in Canguilhem, Foucault and Agamben

by Matteo Pasquinelli

“The habitus is the logical place in which something
like a theory of subjectivity could have been born”
— Agamben, Opus Dei, 2012.

“The abnormal, while logically second, is existentially first”
— Canguilhem, The Normal and the Pathological, 1966.

1. The dis-positive religion of Agamben
In his essay What is an apparatus? Agamben (2006) relates the genealogy of the Foucauldian
idea of dispositif 1 to the notion of positivity of the Christian religion as found in Hegel and
commented by Hyppolite (1948) in Introduction to Hegel’s philosophy of history (a text that
Foucault is said to know for sure because of his proximity with Hyppolite). Agamben then
proposes to take the forms in which Christianity is propagated and ‘governed’ as the
model for the whole immanence of the Foucauldian dispositif. According to Agamben, in
The Archeology of Knowledge Foucault (1969) employs very often the term ‘positivity’ with
this meaning, only to have it replaced with the term dispositif in the researches on power of
the ‘70s. As a proof of this evolution, Agamben provides a passage by Hegel commented
by Hyppolite that Foucault could not have forgot.

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Controcanto

Posted: ottobre 15th, 2012 | Author: | Filed under: critica dell'economia politica, postcapitalismo cognitivo, Révolution | No Comments »

di Antonio Negri

Inutile insistere sulla ricchezza e l’efficacia della ricerca di Gerald Raunig. È, il suo, un passaggio che, assumendo l’orizzonte determinato dalla sussunzione reale della società nel capitale, l’assorbimento totalitario del valore d’uso nel valore di scambio, ci sospinge tuttavia oltre le tristi passioni della scuola di Francoforte, ci libera dalle letture di un “postmodernismo debole” ed irride a ogni figura lineare della sussunzione, foss’anche armata dall’ironia situazionista. La scrittura di Raunig si muove su quel terreno che si stende dai Mille plateaux di Deleuze-Guattari fino alle costituzioni del postoperaismo ed ivi produce modulazioni ricche ed articolate della critica del potere e inaugura nuove linee di fuga, diserzioni, dialettiche di nuovi mondi, riterritorializzazioni creative… È un controcanto questo a tutti quegli sviluppi del pensiero postmoderno (ed anche postoperaista) che coagulano linee di critica (altrimenti aperte) ed inclinano in maniera teoreticistica e rigida momenti di resistenza (altrimenti vivaci). È dunque un controcanto essenziale che ci rimette tutti con i piedi per terra.

Ma forse abbiamo bisogno anche di un controcanto “al quadrato”. Vale a dire che qui si riaprono problemi, e dalle conclusioni di Raunig consegue il bisogno di elaborare altre ipotesi pratiche, politiche, costruttive. È come una seconda volta: il libro di Raunig ci ha mostrato un “altro” mondo; al punto sul quale lui è arrivato, c’è dunque una nuova narrazione che va iniziata (per stare alla metafora kafkiana: una “nuova” Giuseppina che canta a un popolo di topi “riformato”). Già Leopardi, nella sua splendida Batrachomiomachia, aveva visto spostarsi e duplicarsi il mondo dei topi, pur dentro passioni eroiche e movimenti individuali. Qui invece, per Raunig, i movimenti sono molteplici, sono quelli della moltitudine e delle libere singolarità che la compongono. Dunque, qual è il problema, qui ricreato, al quale, per la seconda volta, un controcanto può corrispondere? È quello, dicevano Deleuze e Guattari, del superamento del ritornello, dell’alternativa del lisciare e dello scalfire lo spazio, del territorializzare e del deterritorializzare. Raunig – con Giuseppina – ci hanno ormai definitivamente portato sul terreno politico: hic Rodhus, hic salta. […]

Porto qui testimonianza di lunghe discussioni con Félix Guattari proprio a questo proposito: quale punto “macchinico” di interferenza produttiva, quale “nuovo” agencement può darsi, tale da costituire una funzione espressiva locale, una volta che ci si trovi di fronte a un campo di immanenza, moltiplicatore di segmenti e proliferante velocità intrattenibili? Era il periodo in cui i nostri due maestri stavano concludendo il lavoro su Kafka e la risposta, già data in quel saggio, era che quella macchina poteva essere localizzata solo dalla consistenza/coesistenza di quantità intensive. Il che – tradotto per quell’analfabeta che ero – significava afferrare, in quel campo d’immanenza che le lotte di classe formavano, le quantità intensive della tendenza materiale alla crisi del sistema capitalista. E, inoltre, quelle che costituivano il dispositivo del rifiuto operaio dello sfruttamento, delle energie rivoluzionarie (minoritarie, certo, ma si sa che ciò che è minoritario supplisce al numero con l’intensità) allora agenti e del desiderio comunista – più intenso, più alto, ma consistente sul luogo di crisi e di lotta. Un sorvolo potente che crea un “luogo”.

E un quindicennio più tardi, rispondendo a una mia domanda sulla specificità della lotta comunista di classe, Deleuze rispondeva che il sistema di linee di fuga che definisce il capitalismo, può essere afferrato e combattuto solo inventando e costruendo una “macchina da guerra”. Cioè determinando in tal modo uno spazio-tempo, un potere costituente e una capacità di resistenza, localizzate e creative di un “popolo a-venire”. Ancora un “luogo”, dunque, non statico ma creativo – come appunto questo “controcanto al quadrato” esige. Le azioni di Occupy e le acampadas degli indignados ci impegnano a lavorare sulla definizione di questa verticalità, di questa intensità, di questo luogo. Non è più una questione solo temporale. Benjamin ricorda che durante le rivolte del XIX secolo, gli operai ribelli sparavano sugli orologi delle piazze, denunciando nella misura temporale, la misura dello sfruttamento.

Oggi i lavoratori precari, ribellandosi, devono sparare sui calendari – che non danno la continuità ma la separazione dei tempi, una successione distinta di tempi diversi della valorizzazione – poiché il loro sfruttamento, la loro alienazione, sono soprattutto misurati dalla mobilità spaziale, dalla separazione dei luoghi di impiego, dalla contiguità locale della cooperazione e dalla diversità degli spazi che devono percorrere. Come i migranti, così i precari, cooperanti in rete, sempre alla ricerca di un luogo dove restare. Senza questo luogo sembra impossibile ribellarsi. È così, o è già segno di una nostra frustrazione, l’affermarlo? Comunque, è il problema stesso che ci riporta alla scoperta di un luogo, come Occupy ci ha portato a Zuccotti park, alla piazza della libertà. I movimenti vanno dunque riformati ritrovandoli in uno spazio – una verticalità li attraversa, localizzandoli e innalzandoli, con estrema intensità locale. […] Abbiamo camminato molto a lungo vivendo formidabili avventure: abbiamo bisogno di fermarci per un momento, su un luogo, perché solo su un luogo è possibile rinnovare continuamente il canto di Giuseppina.

Anticipiamo un brano della postfazione di Antonio Negri al libro di Gerald Raunig, Fabbriche del sapere, industrie della creatività, in uscita nei prossimi giorni per ombre corte

Qui la recensione di Gigi Roggero al libro di Raunig