Teoria radicale lotta di classe (e terrorismo)

Posted: ottobre 20th, 2016 | Author: | Filed under: Anarchism, Archivio, au-delà, comune, Guy Debord, Marx oltre Marx, postoperaismo, Révolution | No Comments »

di Wolf Woland (1982)

anarchia

Eccolo, lo scritto più misconosciuto, introvabile e teoricamente rilevante sul «Maggio strisciante» italiano ed europeo. Pubblicato all’inizio degli anni ‘80 del secolo scorso,[…] resta l’unico testo apparso in Italia da quarant’anni a questa parte, che abbia realmente tentato un bilancio non politico o, peggio, «culturale», ma schiettamente teorico, del periodo 1968-’77. […] questi Appunti per il bilancio di un’epoca (come reca il sottotitolo) furono elaborati a partire dalla traiettoria singolare dell’Autore, dall’iniziale adesione alle tesi dell’ultragauche consiliare degli anni 1960 («Socialisme ou Barbarie» e l’Internazionale Situazionista, fondamentalmente), attraverso la partecipazione alle vicissitudini della «corrente radicale» del post-’68, per giungere infine a una riconsiderazione critica dell’una e delle altre, e cercare di uscire vivi dai terribili anni ’70, districandosi tra la Scilla dello sbandamento di fronte alla «perdita dei riferimenti storici» e la Cariddi di un nostalgico aggrapparsi alle «foto di famiglia».

[introduzione redazionale]

[versione pdf]


Egemonia: Gramsci, Togliatti, Laclau

Posted: settembre 17th, 2015 | Author: | Filed under: Archivio, comunismo, epistemes & società, Marx oltre Marx | No Comments »

di TONI NEGRI

gramsci

(la conferenza che pubblichiamo è stata tenuta alla Maison de l’Amerique Latine, a Parigi, il 27 maggio 2015)

Il discorso di Laclau rappresenta per me una variante neo-kantiana di quello che si potrebbe definire socialismo post-sovietico. Già ai tempi della Seconda Internazionale il neo-kantismo funzionò come approccio critico nei confronti del marxismo: il marxismo non fu considerato come il nemico, ma quell’approccio critico aveva tentato di assoggettarlo e, in certo modo, di neutralizzarlo. L’attacco fu portato contro il realismo politico e l’ontologia della lotta di classe. La mediazione epistemologica consistette, allora, a questo uso e a questo abuso del trascendentalismo kantiano. Mutatis mutandis, tale mi sembra anche, se ci si pone in epoca post-sovietica, la linea di pensiero di Laclau, considerata nel suo movimento. Sia chiaro – qui non si discute di revisionismo in generale, talora utile, talora indigesto. Si discute dello sforzo teorico e politico di Laclau in età post-sovietica a confronto con la contemporaneità.

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In ricordo di Mauro Gobbini

Posted: aprile 10th, 2015 | Author: | Filed under: Archivio, comunismo, postoperaismo, Révolution | No Comments »

Mauro Gobbini ci ha lasciati per sempre. Pare che sia morto con lo stesso stile con cui ha vissuto, con la stessa discrezione: a casa, ha chiuso gli occhi e se n’è andato. È stato il più dolce, il più lieve dei nostri compagni, il più allegro nella sua insuperabile ironia. Per ricordarlo non abbiamo trovato di meglio che le sue stesse parole, l’intervista che rilasciò per il volume “Futuro anteriore”, a cura di Borio, Pozzi e Roggero (realizzata a Roma, 11 dicembre 2000). Dal punto di vista storico è la più precisa e lucida ricostruzione del lavoro fatto dal manipolo di “Classe Operaia” a Milano negli anni che hanno preceduto il ’68.
Sergio Bologna

Potere-operaio

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decennio rosso

Posted: giugno 11th, 2014 | Author: | Filed under: Archivio, comunismo, Marx oltre Marx, postoperaismo, Révolution | No Comments »

di Maurizio «Gibo» Gibertini e Roberto Rosso

Potere-operaio

Cosa è stato dav­vero il «decen­nio rosso»? Quali sono stati i fatti salienti e i pro­ta­go­ni­sti reali di que­gli anni ’70 sui quali con­ti­nuano a uscire libri a raf­fica, ma quasi sem­pre cen­trati su armi e armati, oppure, ma in misura già infi­ni­ta­mente minore, sulle peral­tro glo­riose orga­niz­za­zioni extra­par­la­men­tari? Chi, da quel qua­dro del pas­sato spesso bugiardo e ado­pe­rato ad arte per con­di­zio­nare il pre­sente, è stato espunto, rimosso e can­cel­lato? Almeno quest’ultima rispo­sta è sem­plice: a essere stati can­cel­lati dalla memo­ria sono stati gli ope­rai, veri «per­so­naggi prin­ci­pali» del decen­nio più denso di con­flitti nella sto­ria ita­liana, le loro lotte duris­sime, la loro rab­bia, il potere che erano riu­sciti a con­qui­stare nelle fab­bri­che.
Un gruppo di pro­ta­go­ni­sti di quella sto­ria prova ora a col­mare un vuoto di memo­ria che minac­cia di tra­sfor­marsi in defi­ni­tivo stra­vol­gi­mento della sto­ria. Tra que­sti Mau­ri­zio «Gibo» Giber­tini, ex mili­tante dell’Autonomia mila­nese, e Roberto Rosso, prima diri­gente di Lotta con­ti­nua a Milano, poi tra i fon­da­tori di Prima Linea.

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Dai laboratori alle masse

Posted: marzo 11th, 2014 | Author: | Filed under: 99%, anthropos, Archivio, arts, au-delà, bio, comune, comunismo, digital conflict, epistemes & società, Révolution | 1 Comment »

di Danilo Mariscalco

Qui la Premessa

Qui il primo capitolo

Malli

Una recensione: La luce del futuro che viene dal passato

di GIORGIO MARTINICO

Protagonista è il Settantasette. Ad inda­gare quel movi­mento, non i suoi protagonisti, non il racconto «ufficiale» o il «discorso sugli anni di piombo» è il volume Dai laboratori alle masse. Pratiche artistiche e comunicative nel movimento del ’77 (Ombre Corte, pp. 159), scritto da Danilo Mariscalco, dot­tore di ricerca presso l’Università di Palermo. Un libro che, come suggerisce il titolo, ha l’ambizione di arricchire il dibattito politico e storiografico su alcuni aspetti (le pratiche artistico-comunicative) relative a quella straordinaria stagione di conflitto e, anche, di frenetica produzione «culturale»; allo stesso tempo il volume è il tentativo di «arricchire la cassetta degli attrezzi utilizzata dai soggetti impegnati nella trasformazione, dal carattere teorico-pratico inscindibile, del reale».

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Rivolte del pensiero, dopo Foucault per riaprire il tempo

Posted: dicembre 30th, 2013 | Author: | Filed under: Archivio, au-delà, bio, epistemes & società, Foucault, Marx oltre Marx, post-filosofia | No Comments »

Alias – di Beatrice Andreose, 13.9.2013

Michel1

Festival della filosofia. Mario Galzigna nel suo libro lancia la provocazione di unire l’empirico e il concettuale. Al pensiero in rivolta affida il compito di contrapporre “i futuri possibili”

Dal pen­siero in rivolta alle trame di futuro attra­verso una sov­ver­sione dif­fusa. Tal­volta, le rivolte del pen­siero, inter­se­cano il “movi­mento reale”, tal­volta sono disseminate,disperse, mole­co­lari. Costi­tui­scono sem­pre una pro­spet­tiva liber­ta­ria, lon­tana da disci­pline e potere, che Mario Gal­zi­gna ‚docente di Etno­psi­chia­tria e Sto­ria della cul­tura scien­ti­fica a Ca’ Foscari, ritrova in nume­rosi arti­sti ed in inso­spet­ta­bili opere. In Costru­zione di un edi­fi­cio del pit­tore fio­ren­tino Pie­tro Cosimo, ad esem­pio. Un qua­dro “intri­gante ed enig­ma­tico” scelto come imma­gine di coper­tina del suo ultimo libro “Rivolte del pen­siero. Dopo Fou­cault, per ria­prire il tempo” Bol­lati Borin­ghieri. Nel qua­dro, sot­to­li­nea Gal­zi­gna, il con­cetto di edi­fi­cio e l’ideale rina­sci­men­tale di costru­zione con­vi­vono. Scelte tema­ti­che e for­mali dell’artista che ignora i rife­ri­menti mito­lo­gici e reli­giosi della sua epoca per lasciar spa­zio ad un pro­getto“ che dischiude il tempo della civi­liz­za­zione a un futuro pos­si­bile”. Apre il pre­sente “ su sce­nari futuribili,dove pro­get­ta­zione e uto­pia diven­tano con­te­nuti dina­mici della tem­po­ra­lità”. Libro den­sis­simo, prosa ele­gante, in pre­fa­zione Mario Gal­zi­gna risponde alla pro­vo­ca­zione di Fou­cault( di cui è stato tra i più fedeli allievi ita­liani assieme ad Ales­san­dro Fon­tana), avviando una appro­fon­dita rifles­sione sul pen­siero che rompe le gab­bie della testua­lità, irrompe col vis­suto nella scena del mondo, intacca “alle radici la sovra­nità e l’autosufficienza del con­cetto”. Si tratta di un pen­siero in cui le cate­go­rie astratte tro­vano nell’esperienza la loro fonte di legit­ti­ma­zione “ Così si uni­sce ciò che la filo­so­fia ha sem­pre tenuto distinto: la vita ed il pen­siero, l’empirico ed il concettuale”scrive.

“Dispe­ranza” è il neo­lo­gi­smo che Gal­zi­gna conia per indi­care, la sot­tra­zione di futuro che affligge il nostro tempo schiac­ciato “sul deserto di un eterno pre­sente”. Al pen­siero in rivolta-e ai movi­menti di rivolta– affida il com­pito di con­trap­porre” i futuri pos­si­bili”. Si tratta di “ un com­pito poli­tico. Un com­pito filo­so­fico. Un nuovo oriz­zonte di senso per il pen­siero. Più mode­sta­mente, without vanity, una nuova pro­spet­tiva del nostro impe­gno intel­let­tuale e della nostra ricerca”.

Poi­ché, per dirla con Fou­cault, il carat­tere spe­ci­fico del potere è di essere repres­sivo e di repri­mere con una par­ti­co­lare atten­zione le ener­gie inu­tili, le inten­sità dei pia­ceri ed i com­por­ta­menti irre­go­lari, il pen­siero insor­gente e spae­sante pur essendo risul­tato spesso mino­ri­ta­rio nella sto­ria del pen­siero occi­den­tale, è tut­ta­via egual­mente fecondo e potente. Gal­zi­gna ritesse e incro­cia tra loro inven­zioni con­cet­tuali e forme este­ti­che di insorti d’eccezione, alcuni bor­der line, altri psi­co­tici, tutti geniali: da Ronald Laing, uno dei grandi padri dell’antipsichiatria euro­pea, al pit­tore Renè Magritte, dall’antropologo bra­si­liano Darcy Ribeiro al liber­tino Dide­rot. Ma prima di adden­trarci nel volume, una pre­messa sulla scrit­tura. L’autore uti­lizza un sug­ge­stivo regi­stro nar­ra­tivo che rompe le divi­sioni tra sag­gio e rac­conto, rispon­dendo così ad una esi­genza inte­riore di affer­rare l’evento in modo pre­gnante “resti­tuen­do­gli la sua irri­du­ci­bile spe­ci­fi­cità”. Al sag­gio alterna il rac­conto. Con quest’ultima forma scrive delle sue espe­rienze all’interno di due Ser­vizi di Salute Men­tale in con­te­sti psi­chia­trici, e di quella vis­suta in Bra­sile tra gli indios Gua­ranì a pro­po­sito dei quali riu­ti­lizza i con­cetti di sin­tesi disgiun­tiva e disgiun­zione creativa.

In quanto alla psi­chia­tria , lo spunto è dun­que un caso con­creto. Gal­zi­gna cita Roland Laing, psi­chia­tra non istituzionale,e parla di una seduta dove ad ela­bo­rare rispo­ste non è stato un sin­golo ma un col­let­tivo, un gruppo che pensa, che pro­duce pen­siero. “ Un pen­siero in rivolta esce da se stesso. Con­trad­dice se stesso. Si rivolge al mondo, cor­rode i dispo­si­tivi a cui appar­tiene: rompe abi­tu­dini con­so­li­date, desta­bi­lizza sce­nari ras­si­cu­ranti ed immo­bili, sma­sche­rando luci­da­mente l’arbitrio e la vio­lenza delle rela­zioni di potere che lo inclu­dono. Abi­tato dal fer­vore dell’istante, dalla temi­bile urgenza del dive­nire, dall’inquietudine del mol­te­plice, un pen­siero in rivolta con­tra­sta l’egemonia dell’uno e la tiran­nia dell’identico”. A pro­po­sito di fol­lia Gal­zi­gna parte da Fou­cault e parla di Esqui­rol che per la prima volta pschia­trizza le pas­sioni e l’erotismo. In un pas­sag­gio di grande effetto dia­let­tico richiama la neces­sità di legare assieme i saperi, i com­por­ta­menti, i modi di vita. “Per farlo occorre descri­vere, clas­si­fi­care, met­tere a fuoco la trama delle connessioni,il ven­ta­glio delle dif­fe­renze, lo spet­tro delle ana­lo­gie, il gioco delle somiglianze”.

Da pen­siero insor­gente ad altro pen­siero insor­gente: intri­gante il capi­tolo dedi­cato all’amato Anto­nin Artaud ed il suo tea­tro della cru­deltà. Artaud can­cella la scena desi­de­rando “l’impossibilità del tea­tro” e decre­tando così la fine di una duplice tiran­nia: quella del testo e quella dell’autore-creatore. Lo scrit­tore fugge dalla psi­coa­na­lisi, da cui si sente vio­len­tato, nono­stante si sot­to­ponga nel 1927 a dieci sedute col dot­tor Renè Allendy che aveva già seguito Anais Nin. Nel suo tea­tro la parola rompe col mondo della rap­pre­sen­ta­zione clas­sica e con i valori della cul­tura occi­den­tale che essa esprime. Diventa così la Parola che sta prima delle parole”: un lin­guag­gio sonoro, scrit­tura vocale che pre­cede la nascita del senso, che deve essere detta e reci­tata, più che ripro­dotta e tra­smessa. Che rap­pre­senta la potenza sonora del lin­guag­gio, la sua forza espan­siva, la sua pros­si­mità al grido”. In una let­tera a Gide, Artaud scrive “I gesti equi­var­ranno a dei segni, i segni var­ranno delle parole”. Nel suo attra­ver­sa­mento dispe­rato della fol­lia, docu­men­tata dalla tre­mila pagine dei Cahiers de Rodez, Artaud can­cella la cesura radi­cale tra anima e corpo, parola e esi­stenza, testo e carne e scor­pora la parola dall’insieme a cui appar­tiene ori­gi­na­ria­mente. Così come nella sua pit­tura che diventa pittogramma.

Nel capi­tolo dedi­cato ai liber­tini Gal­zi­gna descrive due visioni anta­go­ni­ste dell’erotismo fio­rite entrambe nel ‘700. Da una parte l’erotismo di Sade che separa il pia­cere dagli affetti. Dall’altro quello gio­coso e affet­tivo del grande Dide­rot pas­sando per Restif “ Una pro­ble­ma­tica di grande attua­lità che andrebbe ancora oggi ripen­sata” spiega. Infine il mistero nella pit­tura di Renè Magritte che nel suo L’impero delle luci rein­venta il con­cetto di sin­tesi disgiun­tiva e crea­tiva. “Un chiaro di luna a mez­zo­giorno” o “ sogno a mez­zo­giorno”, come lo defi­ni­sce lo stesso pit­tore in una let­tera scritta a Scu­te­naire nel novem­bre del 1959. Una vio­la­zione dei luo­ghi comuni, del nostro imma­gi­na­rio col­let­tivo, ovvero un pae­sag­gio not­turno e un cielo in pieno giorno che mette assieme in una stessa com­po­si­zione, pur man­te­nen­dole distinte, due dimen­sioni antagoniste:luce e buio, giorno e notte. Ed a pro­po­sito di sin­tesi disgiun­tive ecco l’affondo let­te­ra­rio dedi­cato agli amati Gua­ranì, un popolo oggetto di geno­ci­dio, che Gal­zi­gna incon­tra nell’ottobre 2012, durante un suo sog­giorno in Bra­sile “terra dei con­tra­sti”. Con­qui­stato dalla lin­gua del caci­que , vero e pro­prio capo spi­ri­tuale, Gal­zi­gna spiega la loro poli­tica anti­co­lo­nia­li­sta vista come una poli­tica di deco­lo­niz­za­zione del pen­siero. Per­ché, come scrive poco prima di morire un altro grande rivol­toso molto caro a Gal­zi­gna, l’antropologo bra­si­liano Darcy Ribeiro, “è meglio sba­gliare ed esplo­dere che pre­pa­rarsi per il nulla”.


NEL CERVELLO DELLA CRISI

Posted: novembre 10th, 2013 | Author: | Filed under: 99%, anthropos, Archivio, bio, comune, critica dell'economia politica, epistemes & società, Marx oltre Marx, postoperaismo, Révolution | No Comments »

Nel cervello della crisi. La «storia militante» di Sergio Bologna tra passato e presente

di Damiano Palano

Breeze

Proprio quarant’anni fa, mentre esplodeva la prima crisi dell’economia post-bellica, a Milano veniva dato alle stampe il primo numero di «Primo maggio», una delle riviste più importanti nella storia dell’«operaismo italiano». Quella rivista aveva il proprio punto di riferimento in Sergio Bologna, attorno al quale si erano raccolti alcuni giovani storici provenienti da differenti esperienze politiche della sinistra extra-parlamentare, ma vicini all’istanza di quella che veniva definita come una «storia militante». Da qualche anno il ricchissimo Dvd che accompagna un volume curato da Cesare Bermani su quell’esperienza (La rivista «Primo maggio» (1973-1989), Derive Approdi, Roma, 2010) ha rimesso in circolazione tutti i ventinove numeri della rivista, insieme ad alcuni rari documenti complementari. D’altronde, nel lavoro di riscoperta dei classici dell’operaismo italiano promosso in questi ultimi anni da editori come Derive Approdi e Ombre corte, «Primo maggio» non poteva davvero essere dimenticata. Non solo perché, a causa di tormentate vicende editoriali, i fascicoli della rivista erano diventati ben presto introvabili, scomparendo così (quasi totalmente) anche dallo sguardo delle nuove generazioni e da ciò che rimaneva della ricerca critica sulle trasformazioni sociali. Ma soprattutto perché quella rivista – capace di resistere per un quindicennio, oltrepassando anche la soglia fatale del 1980 – seppe proporre al dibattito teorico e politico degli anni Settanta intuizioni preziose, in grado di sfuggire anche alle inevitabili semplificazioni e scorciatoie di una discussione segnata costantemente dall’urgenza. In effetti, scorrendo oggi le pagine dei ventinove numeri di «Primo maggio», ciò che emerge – insieme a qualche scontato segno del tempo, marcato soprattutto a livello lessicale (perché il lessico politico-teorico di allora era abissalmente distante da quello di oggi, tanto da risultare talvolta persino indecifrabile a un lettore contemporaneo) – è il quadro di un’esperienza capace di proporre ipotesi originali e di individuare con lungimiranza i sentieri che la ristrutturazione produttiva avrebbe imboccato negli anni seguenti.

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NOTIZIE SU EURIDICE

Posted: novembre 6th, 2013 | Author: | Filed under: Archivio, comunismo, epistemes & società, Révolution | 9 Comments »

di Erri De Luca

Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione e scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.

C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.

Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali. Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo e stato il più imprigionato per motivi
politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste.

Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.

Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell’esercito, nella aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L’Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta. Chi lo nomina sotto la voce “sessantotto” vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio
delle celle dell’isolamento, lei non c’era.

Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all’aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno.


La scrittura è la morte degli altri

Posted: ottobre 31st, 2013 | Author: | Filed under: 99%, anthropos, Archivio, bio, comune, epistemes & società, Foucault, post-filosofia | No Comments »

di Michel Foucault

Michel

[Tra l’estate e l’autunno del 1968 Michel Foucault e il critico letterario Claude Bonnefoy registrarono una serie d’incontri con l’idea di pubblicare, presso le edizioni Belfond, un volume di conversazioni in cui Foucault avrebbe parlato del proprio rapporto con la scrittura. Il progetto fu poi abbandonato. La trascrizione di questi colloqui è stata resa pubblica nel 2004 e Cronopio ne ha da poco pubblicato la versione italiana: Il bel rischio. Conversazione con Claude Bonnefoy, a cura di Antonella Moscati. Presentiamo alcuni brani del libro. I titoli dei paragrafi sono redazionali].

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Bruciare Debord? A partire da un libro di Anselm Jappe

Posted: maggio 11th, 2013 | Author: | Filed under: Archivio, au-delà, Révolution, situationism, surrealism | No Comments »

di Alessandro Simoncini

Guy

Persistenze dello spettacolo nel nuovo ordine penitenziale. Una premessa

«Bisogna bruciare Debord?«. Si apre con questa domanda il Guy Debord di Anselm Jappe (Roma, Manifestolibri 2013 → QUI), assai opportunamente ristampato per i tipi della Manifestolibri e pubblicato in prima edizione italiana nel 1992 dalle Edizioni Tracce. Iniziava allora la litania della fine della storia: ogni alternativa alla società del capitale, della merce, del valore e del lavoro comandato doveva cessare di essere concepibile e, nelle intenzioni dei teorici del nuovo ordine, perfino desiderabile. Oltre venti anni dopo, la fine della storia non riesce ancora a finire. Anzi, nella temperie di una crisi acutissima ed ormai permanente – una crisi economica globale che si svolge nel contesto di una transizione geo-politica segnata dalla fine del “secolo americano” -, nuove sfibrate versioni della vecchia litania danno forma ad un discorso-zombie sulla “giustizia dei mercati” che si affatica a fornire una sempre più instabile parvenza di verità alla variante finanziarizzata e neoliberale dell’accumulazione capitalista. Fin dalla sua nascita e per tutti gli anni ’80, ’90 e ‘00, l’espansione finanziaria è stata supportata e riprodotta dalle forme di quell’ordine “spettacolare integrato”che Debord aveva posto al centro della sua radicale indagine nei Commentari sulla società dello spettacolo (1988).

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