Franz Fanon

Posted: giugno 29th, 2012 | Author: | Filed under: au-delà, Révolution | No Comments »

Tre domande a Roberto Beneduce

Hai appena curato una sezione nell’ultimo numero di “aut aut” dedicata a Frantz Fanon: perché secondo te bisogna leggere Fanon oggi?

Fanon costituisce un territorio densissimo e inesausto di riflessioni e di spunti per pensare non pochi dei problemi contemporanei: la soggettività e il desiderio, le contraddizioni degli stati postcoloniali, le condizioni necessarie per la cura dei cittadini stranieri (immigrati, rifugiati, vittime di tortura ecc.). Egli ha saputo interrogare i nodi e le ombre del suo tempo assumendo la propria esperienza, il suo stesso corpo, per analizzare la formazione del soggetto nel contesto alienante della colonia, riuscendo a oltrepassare le amnesie che minacciavano anche la migliore filosofia (Sartre, Merleau-Ponty) e la migliore psicanalisi (Lacan).

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Il discorso del lapsus

Posted: giugno 28th, 2012 | Author: | Filed under: vita quotidiana | No Comments »

di Roberto Ciccarelli

Nella riforma del lavoro approvata ieri alla Camera, e nelle dichiarazioni del ministro Fornero che l’ha battezzata, emerge un piano impalpabile, addirittura psicoanalitico, di cose dette e poi negate, di pensieri inconfessabili eppur sospirati attraverso la produzione di “gaffe”.

Psicoanalisi della Gaffe
Stiliamo una fenomenologia breve della “gaffe”, abbozzando un’improvvisata psicoanalisi a partire dall’etimo della parola. Gaffe, apprendiamo, è balordaggine, sproposito, granchio, ma anche sbaglio, topica, equivoco, granchio, azione o espressione inopportuna, atto o parole che rivelino inesperienza o goffaggine. In francese significa afferare con il gancio o gaffa (lunga pertica con due rami, uno diretto e l’altro ricurvo che serve ad agganciare la barca). In italiano “gaffe” si dice anche “gaffa” e deriva dal longobardo “gairo”, punta di giavellotto, o “gancio d’accosto”.

Una lettura sintomale di questi atti mancati, pulsioni che girano a vuoto, che scambiano la verità per senso comune e la propria banalità per ragione incarnata, racconta meglio questo paese, e la mentalità di chi lo governa, di quanto non facciano i singoli provvedimenti contenuti nella riforma.

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Quinto stato

Posted: giugno 23rd, 2012 | Author: | Filed under: comune, postcapitalismo cognitivo, postoperaismo | No Comments »

La nostra ASPIrazione: diritti, reddito, libertà contro la subordinazione

By Quintostato on 18 aprile 2012 07:07 in furia dei cervelli / 1 comment

Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli

L’Italia è oggi un laboratorio per le nuove tecniche di dominazione sociale che combinano l’arcaico e il più moderno. L’ultima riforma della legislazione del lavoro, che porterà il nome di un ministro «tecnico» che ha già riformato il sistema previdenziale, Elsa Fornero, consoliderà i rapporti di lavoro neo-schiavisti, a fronte di ristrutturazioni capitalistiche che univano frammenti di post-fordismo, con la permanenza di legami familistici e corporativi pre-moderni:
“La ratio dell’intervento è chiara: maggiore stabilità per i giovani in ingresso barattata con una maggiore facilità (leggasi libertà) di licenziamento da parte delle imprese; incoraggiamento del lavoro dipendente; disincentivazione dei contratti a termine e a progetto mediante aumento dei relativi contributi; contrasto alle finte partite IVA mediante, forse, l’introduzione dell’obbligo di stabilizzazione; sostegno al reddito limitato nel tempo e accompagnamento al reinserimento lavorativo per il dipendente che perde l’impiego” (Rete redattori precari).

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Freud, Marcuse e il disagio della civiltà

Posted: giugno 20th, 2012 | Author: | Filed under: anthropos, bio, vita quotidiana | No Comments »

di Franco Toscani

1. Freud, il perdurare del disagio e l’enciclopedia delle scienze

Il Sigmund Freud che nel 1929 s’interroga sulla barbarie avanzante e sul “disagio della civiltà” (Das Unbehagen in der Kultur è il titolo definitivo dell’opera che ebbe come primo titolo Das Unglück in der Kultur, L’infelicità nella civiltà) – in anni che stavano preparando una delle tragedie più spaventose del XX secolo – costituisce uno stimolo potentissimo, anche per noi oggi, a porre domande essenziali sul radicamento forte del male nella costituzione psichica dell’uomo odierno, sul disagio grave del nostro tempo, sull’inciviltà di tanti aspetti della nostra civiltà.

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Marazzi

Posted: giugno 16th, 2012 | Author: | Filed under: crisi sistemica, critica dell'economia politica, postcapitalismo cognitivo, postoperaismo | 5 Comments »

Un ambizioso volume collettivo che aiuta a comprendere i limiti delle
spiegazioni sulla crisi economica.

Una rivisitazione lucida, estremamente dettagliata e di grande attualità di
come gli economisti, dalla prima metà dell’Ottocento fino ad oggi, hanno
studiato e interpretato le crisi e i cicli economici, ci è offerta dal
volume Crises and Cycles in Economic Dictionaries and Encyclopedias
(Abington-New York, Routledge, pp. 676). Curata da Daniele Besomi, tra i più
importanti storici del pensiero economico contemporanei, con contributi di
diciotto economisti articolati in ventotto capitoli, questo lavoro parte
dalle voci di dizionari e enciclopedie che, nel tempo, sono state assegnate
a economisti per presentare in modo «pedagogico», non solo per specialisti,
il funzionamento contraddittorio dell’economia capitalista, il suo movimento
palindromico tra espansione, recessione e crisi, con particolare attenzione
alle cause di tali ricorrenze, siano esse di tipo «esogeno» o «endogeno»,
una distinzione ancora molto presente nel modo di interpretare la crisi
scoppiata nel 2008 e tuttora in corso. Ne esce un quadro complesso e
affascinante, in cui dalle analisi della prima metà dell’Ottocento delle
molteplicità di cause prese in esame, come gli errori della politica
economica, i cattivi raccolti, o il ruolo del credito e della finanza in
tempi non ancora sospetti, si giunge ai primi tentativi di elaborazione di
teorie generali della crisi, alla sua periodicità, per finire con le più
recenti analisi sempre più tecnico-empiriche del «ciclo economico reale»
poco o punto preoccupate di render conto dei grandi temi del valore, della
redistribuzione della ricchezza e dello sviluppo economico così centrali tra
gli economisti classici.
Oltre la Legge di Say
Lo sguardo retrospettivo sulle teorie del ciclo e della crisi, sul loro
rapporto all’interno di un capitalismo in costante mutazione e espansione,
permette di fissare alcuni passaggi salienti nel modo di rappresentare i
processi contraddittori dell’accumulazione capitalistica. Il primo è la
critica della Legge di Say, di quell’identità tra offerta e domanda che, a
partire da John Stuart Mill e poi da Marx, fino a J.M. Keynes e oltre,
evidenzia nella funzione del denaro come riserva del valore, e non solo come
mezzo di scambio, la possibilità della rottura della catena degli scambi
(tesaurizzazione o, keynesianamente, «preferenza per la liquidità») e,
quindi, della possibilità della crisi come conseguenza di tale rottura degli
scambi. Wilhelm Roscher, uno degli economisti tedeschi più influenti della
seconda metà dell’Ottocento, ne parlerà nella sua «voce» (1849), non senza
farsi accusare di plagio da Marx, ma tuttavia ponendo le basi, come scrive
Harald Hagemann, alle successive analisi delle crisi. Comunque lo si
interpreti, Roscher è l’esempio, come molti degli economisti presi in esame
dagli autori di Crises and Cycles, di come lo studio della stesura di voci
di dizionari costituisca un «genere» e una sorta di spia dello spirito del
tempo, in cui alle conoscenze acquisite e alla ricerca scientifica
«storicamente determinate» si accompagna una funzione divulgativa a
beneficio di un pubblico di non addetti ai lavori.
La crisi della Legge di Say, che Marx sviluppa nel primo Libro del Capitale
sulla base della teoria del valore-lavoro e del denaro nella sua funzione di
equivalente generale, si rivelerà ben presto un rompicapo in quanto non
sufficientemente radicale. La spiegazione della crisi a partire dalla
rottura della catena degli scambi, infatti, rimanda alla possibilità della
crisi da sovrapproduzione, ma non ancora alla sua realtà. Tant’è vero che
già nel 1866 Adolf Wagner, come scrive Vitantonio Gioia, cercherà di
dimostrare che la Legge di Say e l’equilibrio fondamentale tra domanda e
offerta su cui poggia, non è necessariamente inficiata dalla presenza del
denaro, anzi la speculazione finanziaria può avere una funzione di
regolazione ottimizzando l’allocazione del capitale. La sovraspeculazione,
questa sì, porta allo squilibrio tra offerta e domanda, col credito che alla
fine diventa più caro, la crescita che si arresta e il panico, la «corsa
agli sportelli», che esplode. Le osservazioni di Wagner evocano non poche
delle odierne interpretazioni della crisi finanziaria, salvo che a tutt’oggi
non risolvono il problema del rapporto fondamentale tra domanda e offerta
posto da Say, il fatto che, quando la sovraspeculazione (l’overtrading)
collassa, la sovrapproduzione si manifesta sistematicamente con tutta la sua
forza devastante. Il venir meno della «domanda aggiuntiva» generata dalla
sovraspeculazione non riporta all’equilibrio, come logicamente ci si
dovrebbe aspettare, bensì all’eccesso dell’offerta sulla domanda, un eccesso
che in tal senso si può supporre strutturale, consustanziale al ciclo
economico.
C’è, deve esserci una causa delle crisi più profonda del ciclo economico
stesso, qualcosa che trascende il sottoconsumo, dato che le crisi, tra
l’altro, scoppiano quando il consumo è al suo livello più elevato. È quanto
Daniele Besomi e Giorgio Colacchia ricercano con grande intelligenza nel
capitolo conclusivo dedicato ai dizionari del secondo dopoguerra. «Le crisi
ricorrono perché la contraddizione è permanente e la sua risoluzione,
attraverso la crisi, è necessaria ma può solo essere temporanea». La
previsione di Albert Aftalion del 1913, secondo cui nei decenni successivi
il termine crisi (…da sovrapproduzione) sarebbe stato sostituito dal
termine business cycle, si rivelerà solo parzialmente corretta, dato che,
dopo la parentesi dei Trenta Gloriosi durante i quali non solo il termine
crisi, ma addirittura la nozione di fluttuazione economica lascerà il posto
alle teorie della crescita, a partire dagli anni Novanta si assiste al
fenomeno inverso, ossia al prevalere degli studi della crisi su quelli del
ciclo economico. L’individuazione della crisi come una categoria «autonoma»
rispetto al ciclo economico e alle sue fluttuazioni, è storicamente
dimostrabile nella differenza delle voci dei dizionari precedenti e seguenti
gli anni Novanta del secolo scorso.
Una patologia logica
La teoria marxista delle crisi, in particolare nei dizionari tedesco
orientali, aveva certamente postulato l’indipendenza della crisi dalla
teoria borghese del ciclo economico (A. Bönisch, 1970-71). La crisi è «il
punto più elevato delle contraddizioni della produzione, ma anche il punto
in cui trova la sua soluzione attraverso la distruzione estensiva delle
forze produttive». Di fatto, la crisi è la massima espressione del capitale
come rapporto sociale, un rapporto che si invera nella contraddizione tra
forze produttive e rapporti di produzione, un rapporto che, come sottolinea
Nicolò De vecchi (1982), vieta di interpretare la marxiana caduta
tendenziale del saggio del profitto come una legge naturale, appunto
indipendente da tali rapporti sociali. La natura patologica delle crisi,
l’indipendenza («logica») delle crisi dall’andamento ciclico degli affari,
verrà esplicitata, anche se non completamente sviluppata, da Pierluigi
Ciocca (1991). La via è ora aperta per una interpretazione della crisi come
evento autonomo, come espressione della immanenza della natura sociale del
capitale.


Muraro: sul confine tra forza e violenza

Posted: giugno 16th, 2012 | Author: | Filed under: anthropos, au-delà, donnewomenfemmes, postgender | No Comments »

di Ida Dominijanni

La voce della filosofa, della militante, dell’intellettuale in lotta contro il conformismo imperante Lo spettro ritornante degli anni di piombo, un passato scongiurato per essere evocato e viceversa.

Capita a volte che il momento più giusto, per un gesto politico, coincida con quello più scomodo. Capita, in particolare, quando il gesto politico in questione prende di mira il conformismo imperante, attaccandolo in un punto sensibile. Capita, nella fattispecie, all’ultimo saggio di Luisa Muraro, un «gransasso» Nottetempo intitolato Dio è violent, che piomba per l’appunto come un sasso nelle acque stagnanti del dibattito politico, attaccandone il conformismo nel punto sensibile, irritato e irritante, della violenza (e della nonviolenza).

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David Graeber: La rivoluzione che viene

Posted: giugno 12th, 2012 | Author: | Filed under: crisi sistemica, postoperaismo, Révolution | No Comments »

di Angelo Salento

David Graeber, La rivoluzione che viene. Come ripartire dopo la fine del capitalismo, San Cesario di Lecce, Manni, 2012, pp. 184, euro 10

Reduci da una stagione di depoliticizzazione lunga circa trent’anni – quelli che ci separano dalla sconfitta del movimento operaio e dalla rimozione del conflitto distributivo – e tuttora incapaci di comprendere se (e soprattutto come) ce la si possa lasciare alle spalle, possiamo leggere i saggi di David Graeber raccolti in questo volume come una risorsa di senso.

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Raul Vaneigem

Posted: giugno 12th, 2012 | Author: | Filed under: anthropos, au-delà, Révolution | No Comments »

“Quando la pigrizia non nutrirà altro che il desiderio di soddisfarsi, entreremo in una civiltà in cui l’uomo non sarà più il prodotto di un lavoro che produce il disumano”. Propongo qui un lungo estratto da “Elogio della pigrizia affinata” di Raoul Vaneigem (Nautilus, Torino, 1998). Un prezioso antidoto alla mistica del lavoro, il vero oppio dei popoli, soprattutto oggi. Perché tra i tanti effetti collaterali devastanti della crisi c’è anche quello, assolutamente non secondario, di costringerci a invocare per disperazione la schiavitù del lavoro fino a farci dimenticare l’utopia necessaria della sua abolizione.

L’ epoca in cui le bestie parlavano, gli alberi prodi­gavano consigli di saggezza, gli oggetti stessi si ani­mavano, resta al centro del reale nel bambino. Il pigro ne scopre la meraviglia nel vuoto di un’indo­lenza che gli evoca confusamente l’esistenza prena­tale, quando l’universo originario, il ventre della madre, dispensa amore, nutrimento e tenerezza. “Quali funeste condizioni, si domanda, ci impedisco­no di restituire alla natura la sua vocazione di madre nutrice?”

Per quanto la razionalità lucrativa del lavoro voglia considerare la questione come inesistente, il pigro sa che, nella felice disposizione che lo separa dal mondo affarista ed indaffarato, la sua fantasticheria non è sprovvista di senso e di potenza. Tra lui e l’ambiente circostante la spensieratezza contemplativa basta a tessere la rete di sottili affi­nità: percepisce mille presenze in mezzo all’erba, tra le foglie, in una nuvola, in un profumo, su un muro, un mobile, una pietra. Improvviso lo coglie il senti­mento di essere collegato alla terra attraverso le inti­me nervature della vita.

Si trova nell’unità con il vivente, nella religio, di cui la religione è l’inversione, lei che incatena la terra al cielo ed il corpo alle spiegazioni dello spirito divino. Al contrario del mistico, esule dai suoi sensi per disprezzo di sé, l’ozioso restituisce la materialità della vita – la sola che ci sia – all’universo da cui essa si crea: l’aria, il fuoco, l’acqua, la terra, il minerale, il vegetale, l’animale e l’umano, che da tutti ha eredi­tato la sua specificità creatrice. Sotto l’apparente languore del sogno si sveglia una coscienza che il martellamento quotidiano del lavoro esclude dalla sua realtà redditizia. Essa non ha nulla di un animismo, ampollosità religiosa dove lo spirito tenta di appropriarsi degli elementi della terra come se non bastassero a se stessi. Essa emana semplice­mente dalla vitalità di cui il corpo in riposo si riap­propria.

Perché la pigrizia abbia accesso alla sua specificità non basta che essa si rifiuti alla volontà onnipresen­te del lavoro, bisogna che essa esista per se stessa e per mezzo di sé. Bisogna che il corpo, di cui costi­tuisce uno dei privilegi, si riconquisti come territorio dei desideri, allo stesso modo in cui lo percepiscono gli amanti nel momento dell’amore. Luogo e momento dei desideri, tale si rivendica que­sta pigrizia conforme al cuore assolutamente oppo­sta alla pigrizia del cuore, alla quale traffica per ridurla l’ordinario commercio sociale. La dolcezza del prato, la serenità del letto si popolano di una folla di desideri nati per la felicità e che gli obblighi rimuovevano, storpiavano, decimavano, travestivano di significati mortiferi.

Il paese di Cuccagna si erige in progetto nella pro­posizione: tutto arriva alla portata di coloro che imparano a desiderare senza fine. “Fai ciò che vuoi” è una pianta etica che non domanda altro che di cre­scere ed imbellirsi. La crudeltà di condizioni insop­portabili, e che ciononostante noi tolleriamo, ci ingiunge di trascurarla come se, dall’urgenza di non essere noi stessi, ci fosse richiesto di non apparte­nerci mai.

La pigrizia è godimento di sé oppure non esiste. Non abbiate alcuna speranza che vi sia accordata dai vostri signori o dai loro dei. Ci si arriva come il bam­bino, per una naturale inclinazione a cercare il piace­re e a mettere da parte ciò che lo contraria. È una semplicità che l’età adulta eccelle nel complicare. La si finisca dunque con la confusione che lega alla pigrizia del corpo il rammollimento mentale chiama­to pigrizia dello spirito, come se lo spirito non fosse la forma alienata della coscienza del corpo. L’intelligenza di sé che esige la pigrizia non è altro che l’intelligenza dei desideri di cui il microcosmo corporeo ha bisogno per affrancarsi dal lavoro che lo impedisce da secoli.

Perché nella folla di propositi ed auguri che invado­no il pigro finalmente risoluto a non esistere che per se stesso, andate a sapere quel che si intrufola! È tale la forza dei desideri quando si ritrovano per cosi dire allo stato libero che sono vinti dall’illusione di poter cambiare il mondo in loro favore sul momento. La vecchia magia ossessiona più di quan­to si creda le pieghe della coscienza.

“È un’antichissima credenza – scrive Campbel Bonner – che una persona istruita dei modi di proce­dere possa mettere in moto forze misteriose capaci di influenzare la volontà altrui e di sottomettere le sue emozioni ai desideri dell’operatore. Queste forze possono essere attivate con delle parole, delle ceri­monie compiute seguendo delle regole, degli oggetti investiti di una potenza decretata magica.” E Jacob Bòhme, più sottilmente: “La magia è la madre del­l’essere di tutti gli esseri poiché essa si fa da sola e consiste nel desiderio. La vera magia non è un esse­re, è il desiderio, lo spirito dell’ essere.” (Erklàrung von sechs Punkten)

Il XIII secolo ha conservato traccia di questa “pigri­zia che fa girare i mulini” come l’evoca Georges Schéhadé. Una setta vi sostiene in effetti: “Non biso­gna mai lavorare con le proprie mani, ma pregare senza posa; e se gli uomini pregano in tal guisa, la terra porterà senza essere coltivata più frutti che se lo fosse.” (H. Grundmann Religiose Bewegungen in Mittelalter, Hildesheim, 1961).

Se l’operazione non ha lasciato nella storia una prova tangibile della sua efficacia, conviene meno incriminare l’incompetenza del Dio al quale gli oran­ti si rivolgevano o qualche maniera viziosa di proce­dere che il ricorso alla preghiera, perché porsi alla dipendenza di altri per accedere ad un’indipendenza ardentemente desiderata, vuol dire andare contro la propria volontà e fare poca attenzione alle proprie aspirazioni.

L’universo del desiderio formicola di trappole di questo tipo. Ci si mescolano troppe sottomissioni, divieti, rimozioni, automatismi per poter fare a meno della massima vigilanza.

È noto l’apologo indiano: un uomo si era coricato all’ombra di un albero reputato per il suo potere magico. Sembrandogli il suolo poco soffice, desi­derò sdraiarsi in maniera più voluttuosa ed un letto sontuoso apparve.

Gli venne in seguito la voglia di un pasto copioso ed una tavola apparve, guarnita dei piatti più prelibati. “La mia felicità sarebbe completa, pensava, se aves­si al mio fianco una giovinetta graziosa e pronta a soddisfare i miei desideri”. La ragazza arrivò imme­diatamente rispondendo al suo amore. Poco abituato tuttavia ad una tale costanza nella feli­cità, non seppe trattenersi dall’aver un timore irra­gionevole e temendo di perdere in un istante una for­tuna così perfetta, si immaginò che una tigre uscis­se dal bosco. La tigre uscì e gli spezzò il collo. Un desiderio può nasconderne un altro di segno contrario.

Alla pigrizia il compito di imparare che non deve temere nulla, soprattutto da se stessa. Quanti sforzi per appartenersi senza riserve. Non è che ci vogliano giri tortuosi, ma il più semplice non si consegna agevolmente agli spiriti tormentati. L’infanzia dell’arte non si raggiunge che attraverso l’arte di ridiventare bambini. Lo snaturamento ha fatto grandi progressi, affermava un pigro godendo­si “La lucertola”, la canzone di Bruant, con il suo immortale “non posso lavorare, non ho mai impara­to”.

Aggiungeva: “Ci hanno talmente messo nella disposizione di lavorare che non far niente esige oggi un addestramento.”

All’ora della disoccupazione crescente, insegnare la pigrizia avrebbe di che sedurre se non fosse compi­to di ciascuno coltivare senza l’aiuto degli altri una scienza così delicata, particolare e personale. Nessun altro può assicurare la propria felicità (e con più facilità la propria sventura) se non lo stesso sog­getto in questione. Vale per i desideri ciò che vale per la materia prima da cui l’alchimista cerca di rica­vare la pietra filosofale. Costituiscono un loro pro­prio fondo e non se ne può estrarre che ciò che vi si trova. In contropartita tutto sta nell’affinamento. La pigrizia allo stato bruto è come una noce man­giata senza prima romperla. Anche se la si sceglie libera dalle ordinarie corruzioni del lavoro, dal senso di colpa, dallo sfogo e dalla servitù, bisogna ancora degustarla per trarne più grande piacere. Renderla al movimento naturale che la farà diventare ciò che essa è: un momento del godimento di sé, una crea­zione, insomma.

L’assuefazione alle felicità laboriose, messe in ombra più che sottolineate dall’effimero e rubate in fretta e furia, ci ha spogliato dell’esperienza dello sforzo e della grazia. I piaceri, in ciò che hanno di autentico, non sono né il frutto di un capriccio del caso o degli dei, né la ricompensa di un lavoro di cui non sarebbero allora che il respiro trafelato. Si danno tali e quali noi li prendiamo. La gioia di cui ci riempiono è quella con cui noi li avviciniamo. Potrebbe essere questa la grande opera di cui l’al­chimista ricominciava ogni giorno la ricerca paziente ed appassionata: un’ostinazione del desiderio a spo­gliarsi di ciò che lo corrompe, ad affinarsi senza posa fino ad una grazia che trasmuta in oro vivifi­cante il piombo della miseria, della morte e della noia.

Quando la pigrizia non nutrirà altro che il desiderio di soddisfarsi, entreremo in una civiltà in cui l’uomo non sarà più il prodotto di un lavoro che produce il disumano.

Raoul Vaneigem


pagine corsare

Posted: giugno 9th, 2012 | Author: | Filed under: General | No Comments »

Rivedremo calzoni coi rattoppi
rossi tramonti sui borghi
vuoti di macchine
pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla Germania

I vecchi saranno padroni dei loro muretti come poltrone di senatori
e i bambini sapranno che la minestra è poca e che cosa significa un pezzo di pane

E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
e forse qualche giovane tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino

L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno

E città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma è solo d’amore
soltanto d’amore

Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera
muretto per muretto
lamiera per lamiera

E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi com’erano una volta

E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni

L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno

E i banditi avranno il viso di una volta
con i capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello

Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato il silenzio il mondo
e ciò che sarà.

Pier Paolo Pasolini


Zizek: LA GRECIA CI SALVERA’

Posted: giugno 8th, 2012 | Author: | Filed under: BCE, crisi sistemica, Révolution | No Comments »

La Grecia ci salverà

Slavoj Zizek
08.06.2012

Al termine della sua vita Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, fece la famosa domanda «che cosa vuole una donna?», ammettendo la perplessità di fronte all’enigma della sessualità femminile. Una simile perplessità sorge oggi: «Che cosa vuole l’Europa?» Questa è la domanda che voi, il popolo greco, state rivolgendo all’Europa. Ma l’Europa non sa quello che vuole. Il modo in cui gli stati europei e i media riportano ciò che sta accadendo oggi in Grecia è, credo, il miglior indicatore di che tipo di Europa vogliono. È l’Europa neoliberale, è l’Europa degli stati isolazionisti. I critici accusano Syriza di essere una minaccia per l’euro, ma Syriza è, al contrario, l’unica possibilità che ha l’Europa. Ma quale minaccia. Voi state dando all’Europa la possibilità di uscire dalla sua inerzia e di trovare una nuova via.

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