Toni Negri: note sul 15 ottobre

Posted: ottobre 29th, 2011 | Author: | Filed under: comune, crisi sistemica, postcapitalismo cognitivo, riots | No Comments »

Ero e sono fuori, in queste settimane, in Spagna ed in Portogallo. Non ho seguito direttamente quello che è avvenuto a Roma. Ma sono stato sorpreso, direi sbalordito, nel leggerne cronache e commenti.

1) La divisione tra gli “indignati” e gli altri, i “cattivi”, è stata fatta prima di tutto da La Repubblica, l’organo di quel partito dell’ordine e dell’armonia che ben conosciamo (per non dire degli altri media). Non sembra che il comitato organizzatore della manifestazione si sia indignato molto per ciò. C’era forse un peccato originale alla base di questo oltraggio: chi aveva organizzato la “manifestazione degli indignati” non aveva molto a che fare con le pratiche teoriche e politiche che dalla Spagna si sono estese globalmente, talora in maniera massiccia, altre volte minoritaria: il rifiuto della rappresentanza politica e sindacale, il rigetto delle costituzioni liberali e socialdemocratiche, l’appello al potere costituente. In Italia, invece, un gruppo politico al limite della rappresentanza parlamentare si è appropriato il nome degli Indignados … E ora reclamano: “Lasciateci fare politica”.

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diritto all’insolvenza

Posted: ottobre 27th, 2011 | Author: | Filed under: crisi sistemica | No Comments »

di Franco Berardi “Bifo”

Inefficacia delle forme di lotta in assenza di solidarietà

Il movimento di protesta si è diffuso durante l’anno 2011, e ha cercato di opporsi all’attacco finanziario contro la società. Ma le dimostrazioni pacifiche non sono riuscite a cambiare il programma di azione della Banca centrale europea, dato che i parlamenti nazionali sono ostaggi delle regole di Maastricht, degli automatismi finanziari che funzionano come costituzione materiale dell’Unione. La dimostrazione pacifica è efficace nel contesto della democrazia, ma la democrazia è finita dal momento che automatismi tecno finanziari hanno preso il posto della decisione politica. Se occorreva una prova definitiva del carattere illusorio di ogni discorso sull’alternativa democratica, l’esperienza di governo di Barack Obama ce l’ha fornita. Nessun potere democratico può nulla, nessuna alternativa è possibile nella sfera dell’azione democratica, dal momento che le decisioni sono già prese, incorporate nei dispositivi di connessione informatica, finanziaria e psichica.

La violenza è esplosa allora in alcuni momenti. Le quattro notti di rabbia delle periferie inglesi, le rivolte violente di Roma e Atene, hanno mostrato la possibilità che la protesta sociale diventi aggressiva. Ma anche la violenza è incapace di cambiare il corso delle cose. Bruciare una banca è totalmente inutile, dato che il potere finanziario non è negli edifici fisici bancari, ma nella connessione astratta tra numeri, algoritmi e informazioni. Perciò se vogliamo trovare forme di azione che siano capaci di affrontare la forma attuale del potere dobbiamo partire dalla coscienza che il lavoro cognitivo è la principale forza produttiva capace di creare gli automatismi tecno linguistici che rendono possibile la speculazione finanziaria. Seguendo l’esempio di Wikileaks dobbiamo organizzare un processo di lungo periodo di smantellamento e riscrittura degli automatismi tecno linguistici che creano le condizioni della schiavitù.

La soggettività sociale sembra debole e frammentaria, di fronte all’assalto finanziario. Trenta anni di precarizzazione del lavoro e di competizione hanno distrutto il tessuto stesso della solidarietà sociale e reso fragile la capacità psichica di condividere il tempo, le cose e il respiro. La virtualizzazione della comunicazione sociale ha eroso l’empatia tra corpi umani. Il problema della solidarietà è sempre stato cruciale in ogni processo di lotta e di cambiamento sociale. L’autonomia si fonda sulla capacità di condividere la vita quotidiana e di riconoscere che quel che è buono per me è buono per te, e quel che è cattivo per me è cattivo per te. La solidarietà è difficile da costruire ora, che il lavoro è stato trasformato in una distesa di celle temporali ricombinante, e di conseguenza il processo di soggettivazione è divenuto frammentario, an-empatico e debole. La solidarietà non ha nulla a che vedere con un sentimento altruista di sacrificio. In termini materialisti la solidarietà non è una faccenda che riguarda te, ma una faccenda che riguarda me. Allo stesso modo l’amore non è altruismo, ma piacere di condividere il respiro e lo spazio dell’altro. L’amore è capacità di godere di me stesso grazie alla tua presenza, ai tuoi occhi.

Per questo la solidarietà si fonda sulla prossimità territoriale dei corpi sociali, e non si può costruire solidarietà tra frammenti di tempo, e le rivolte inglesi e italiane, come l’acampada spagnola si debbono considerare come delle forme di riattivazione psico-affettiva del corpo sociale, come un tentativo di attivare una relazione vivente tra il corpo sociale e l’intelletto generale. Solo quando l’intelletto generale sarà capace di riconnettersi con il corpo sociale saremo in grado di cominciare il processo di effettiva autonomizzazione dalla presa del capitalismo finanziario.

Diritto all’insolvenza

Un nuovo concetto sta emergendo dalle nebbie della presente situazione: diritto all’insolvenza. Non pagheremo il debito.

I paesi europei sono stati obbligati a accettare il ricatto del debito, ma la gente rifiuta l’idea di dover pagare per un debito che non ha assunto.

L’antropologo David Graeber nel suo libro Debt the first 5ooo years, (Melville house, 2011), e il filosofo Maurizio Lazzarato in La fabrique de l’homme endetté (editions Amsterdam, 2011) hanno cominciato una riflessione sulla genesi culturale della nozione di debito, e sulle implicazioni psichiche del senso di colpa che quella nozione comporta. E Federico Campagna scrive nel suo saggio Recurring Dreams: The red heart of Fascism:

“L’ultima volta ci ha messo decenni per venire alla luce. Prima ci fu la guerra, poi, quando la guerra finì, ci fu il debito, e tutti i legami che vengono col debito. Era il tempo dell’industrializzazione, della modernità, e tutto accadeva su scala di massa. Impoverimento di massa, disoccupazione di massa, iperinflazione, iperpopulismo. Le nazioni cadevano sotto il peso di quello che i marxisti chiamavano contraddizioni, mentre i capitalisti si aggrappavano al bordo dei loro cilindri e tutti aspettavano che il cielo cadesse sulla terra. L’aria divenne elettrica, le piazze si riempirono, gli alberi si trasformarono in bandiere e bastoni. Era il tempo fra le due guerre e nella profondità del corpo sociale il nazismo era ancora nascosto, liquido e montante, calmo come un feto.”

“Questa volta tutto sta accadendo quasi esattamente nello stesso modo, solo un po’ out-of-sync, come succede coi sogni ricorrenti. Ancora una volta l’equilibrio del potere nel mondo sta spostandosi. Il vecchio impero sta annegando, malinconicamente e i nuovi poteri stanno affrettandosi nella corsa verso l’egemonia. Come prima le loro atletiche grida sono quelle potenti della modernità: crescita! Crescita! Crescita”.

Il peso del debito ossessiona l’immaginazione del futuro, come già accadde negli anni Venti in Germania, e l’Unione, che un tempo era una promessa di prosperità e di pace sta diventando un ricatto e una minaccia. In risposta il movimento ha lanciato lo slogan: “Non pagheremo il debito”.

Per il momento queste parole sono illusorie, perché in effetti lo stiamo già pagando: il sistema educativo è tagliato, impoverito, privatizzato, posti di lavoro cancellati, e così via.

Ma quelle parole intendono cambiare la percezione sociale del debito, e creare una coscienza della sua arbitrarietà e illegittimità morale. Il diritto all’insolvenza emerge come una nuova parola chiave e un nuovo concetto carico di implicazioni filosofiche. Il concetto di insolvenza non implica soltanto il rifiuto di pagare il debito finanziario ma in maniera sottile implica il rifiuto di sottomettere la potenza vivente delle forze sociali al dominio formale del codice economico.

Il paradosso

Rivendicare il diritto all’insolvenza implica una messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale. La forma capitalista non è solo un insieme di regole e di funzioni economiche, ma anche l’interiorizzazione di un certo numero di limitazioni, di automatismi psichici, di regole di compatibilità. Cerchiamo di pensare per un attimo che l’intera semiotizzazione finanziaria della vita europea scompaia, cerchiamo di pensare che a un tratto smettiamo di organizzare la vita quotidiana in termini di denaro e di debito. Nulla cambierebbe nella potenzialità utile e concreta della società, nei contenuti della conoscenza, nelle nostre competenze e capacità produttive.

Questo dovremmo fare: immaginare e rendere possibile la liberazione della potenzialità vivente dell’intelletto generale in termini di disincagliamento dalla Gestalt capitalistica, automatismo psichico che governa la vita quotidiana.

Insolvenza significa non riconoscere il codice economico del capitalismo come traduzione della vita reale, come semiotizzazione della potenza e della ricchezza sociale.

La capacità produttiva concretamente utile del corpo sociale è costretta ad accettare l’impoverimento in cambio di nulla. La forza concreta del lavoro produttivo viene sottomessa al compito improduttivo e distruttivo di rifinanziare il sistema finanziario fallimentare. Se potessimo paradossalmente cancellare ogni segno della semiotizzazione finanziaria nulla cambierebbe nel funzionamento sociale, nulla nella capacità intellettuale di concepire e realizzare. Il comunismo non ha bisogno di essere chiamato dal ventre del futuro, esso è qui, nel nostro essere, nella vita immanente dei saperi comuni. Ma la situazione è paradossale, contemporaneamente entusiasmante e disperante. Il capitalismo non è mai stato così prossimo al collasso finale, ma la solidarietà sociale non è mai stata così lontana dall’esperienza quotidiana.

Dobbiamo partire da questo paradosso per costruire un processo post-politico di disincagliamento del possibile dall’esistente.


Bernard Stiegler

Posted: ottobre 26th, 2011 | Author: | Filed under: anthropos, epistemes & società, post-filosofia | No Comments »

‘‘Proletarizzati di tutto il mondo unitevi… contro la bêtise!’’

Intervista a Bernard Stiegler

Bernard Stiegler, professore al Goldsmiths College di Londra, all’Université de Technologie di Compiègne e visiting professor alla Cambridge University, nonché Direttore dell’Institut de Recherche et d’Innovation du Centre Georges Pompidou di Parigi, è sicuramente uno dei filosofi più attenti alle trasformazioni della società contemporanea, come dimostrano i suoi numerosi libri pubblicati negli ultimi anni. A dispetto di alcuni titoli ”apocalittici” delle sue pubblicazioni – come La misère symbolique o Mécréance et miscrédit – e delle analisi fortemente critiche per le quali è conosciuto anche in Italia (sebbene ancora poco tradotto), Stiegler si distingue sicuramente per la serena volontà di trasformazione sociale, economica, politica e culturale dello stato attuale delle cose, prendendo come bersaglio critico l’ignoranza in quanto fenomeno socialmente prodotto dall’ideologia e dalle tecnologie del consumo. Da questa volontà, condivisa con altri pensatori e studiosi, nasce il progetto di Ars Industrialis, l’associazione di cui Stiegler è presidente e uno dei fondatori. In particolare, l’ambizione di Ars Industrialis, è quella di essere “un’associazione internazionale per l’ecologia industriale dello spirito”, che sappia coniugare critica teorica e proposta programmatica su tutti i piani del sapere, a incominciare dalle scienze umane.

Stiegler ha inoltre pubblicato, qualche anno fa, un libro intitolato La télécratie contre la démocratie, offrendoci così un buon movente per accogliere le sue parole, attraverso un’intervista, in questo numero di Kainos.

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Alternativa comune

Posted: ottobre 25th, 2011 | Author: | Filed under: comune | No Comments »

Pensare il presente,costruire il futuro

Ci sono momenti in cui sembra che la storia si sia rimessa in moto,in cui la realtà corre velocissima e sembra procedere a salti. Se guardiamo al mondo contemporaneo,al mondo della crisi sistemica globale,non possiamo che constatarlo:colossi finanziari che crollano nel giro di poche settimane,il tramonto dell’egemonia del dollaro,la crescita vertiginosa delle economia cinese,indiana e brasiliana,il carattere inarrestabile della devastazione ambientale ad opera di corporation transazionali,con il riapparire,tra i fumi della catastrofe “naturale”,dell’incubo nucleare.

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IL DOMINIO DELL’ARMONIA

Posted: ottobre 23rd, 2011 | Author: | Filed under: Impero di Mezzo | No Comments »

di Beppe Caccia

Una combinazione di filosofia confuciana, ideologia nazionalista e liberismo e che si propone come modello produttivo, sociale e politico per una economia mondiale in crisi. Ma nella vorticosa transizione cinese si sono manifestate forme diffuse di resistenza e insubordinazione sociale. Da oggi a Venezia un seminario internazionale dedicato ai «Paradossi cinesi».

Yongshun Cai, a partire da una dettagliata analisi quantitativa e dai dati raccolti sul campo nell’arco dell’ultimo decennio, offre un’immagine inedita del rapporto tra «economia di transizione» e capillare diffusione dei conflitti sociali nella Cina contemporanea. Solo per restare alle nude cifre, quelle che il sociologo di Hong Kong classifica come «azioni collettive» di protesta sono passate dalle undicimila del 1995 alle oltre ottantasettemila nel solo anno 2005. Le cause sono note: velocità, intensità e costi sociali particolarmente elevati dello sviluppo produttivo, vaste dimensioni della forzata urbanizzazione di una quota crescente della forza lavoro, profondità sradicante del processo di ristrutturazione urbana nelle aree metropolitane. E, aggiunge Cai, la fragilità dei meccanismi formalizzati di risoluzione dei conflitti, a partire dall’inaffidabilità del sistema legale e giudiziario.

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SCAFFALE
L’azione diffusa di un pensiero critico

Qualche indicazione bibliografica sulle letture che fanno da sfondo alla discussione seminariale sui «paradossi cinesi»: «Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo» di Giovanni Arrighi (Feltrinelli); «Il nuovo ordine cinese» di Wang Hui (Manifestolibri 2006); dello stesso autore «The End of the Revolution. China and the Limits of Modernity» (Verso); «Collective Resistance in China. Why Popular Protests Succeed or Fail» di Yongshun Cai (Stanford University Press); « The Rise of China and the Demise of the Capitalist World Economy» di Minqi Li (Monthly Review Press); «Made in China: Women Factory Workers in a Global Workplace» di Pun Ngai (Duke and Hong Kong University Press); «Asian Biotech: Ethics and Communities of Fate» di Nancy N. Chen e Aihwa Ong, (Duke UP); «La testa del drago. Lavoro cognitivo ed economia della conoscenza in Cina, con saggio di Andrew Ross, Yu Zhou, Aihwa Ong, Xiang Biao, Ching Kwan Lee (a cura di Gigi Roggero, Ombre corte); « Il tallone del drago. Lavoro cognitivo, capitale globalizzato e conflitti in Cina» di Paolo Do (DeriveApprodi).


Distruggere la paura, affermare il comune

Posted: ottobre 22nd, 2011 | Author: | Filed under: comune, postcapitalismo cognitivo | No Comments »

di COLLETTIVO UNINOMADE

0. Nella sera romana illuminata dai fuochi di Piazza San Giovanni, abbiamo cominciato a interrogarci sulla giornata del 15 ottobre, su ciò che ha rivelato nelle molteplici scale geografiche che si sono incrociate a produrne la dimensione globale, sulla forza e sulle potenzialità che ha fatto emergere, sui problemi che consegna alla nostra riflessione e alle nostre pratiche. Lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo da materialisti, convinti – per citare uno che la sapeva lunga – che le azioni umane non vadano derise, compiante o detestate, ma prima di tutto comprese. Proviamo a farlo con queste note, segnalando alcuni dei punti che ci sembrano più rilevanti.

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frammenti insurrezionali

Posted: ottobre 20th, 2011 | Author: | Filed under: comune, crisi sistemica, postcapitalismo cognitivo | No Comments »

di Marcello Tarì

In tempi eccezionali fenomeni normalmente considerati marginali diventano essenziali e delineano il comune di un’epoca. Stiamo vivendo uno di quei tempi.

Partire dal mezzo

Si era pensato che parole come insurrezione, rivoluzione, anarchia e comunismo fossero state per sempre rinchiuse in esangui ambienti «antisistema« e che non restasse, al meglio, che ripetere a ogni autunno il rituale movimentista. Ma oggi, in presenza di movimenti insurrezionali diffusi, sono proprio i movimentisti a ritrovarsi minoritari. Alcuni sono in affannosa ricerca di una nuova rappresentanza, se non di una narrazione di governo che si aggrappa alla capacità di resistere di un non meglio specificato «ceto medio», mentre i circoli del radicalismo si trovano espropriati della loro identità costruita proprio sull’assenza dell’insurrezione.

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Mantra del sollevarsi

Posted: ottobre 18th, 2011 | Author: | Filed under: comune, postoperaismo | No Comments »

di Franco Berardi “Bifo”

Il 15 febbraio del 2003 centomilioni di persone sfilarono nelle strade
del mondo per chiedere la pace, per chiedere che la guerra contro l’Iraq
non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il
presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente (I
don’t need a focus group) e la guerra cominciò. Con quali esiti sappiamo.

Dopo quella data il movimento si dissolse, perché era un movimento
etico, il movimento delle persone per bene che nel mondo rifiutavano la
violenza della globalizzazione capitalistica e la violenza della guerra.

Il 15 Ottobre in larga parte del mondo è sceso in piazza un movimento
similmente ampio. Coloro che dirigono gli organismi che stanno affamando
le popolazioni (come la BCE) sorridono nervosamente e dicono che sono
d’accordo con chi è arrabbiato con la crisi purché lo dica educatamente.
Hanno paura, perché sanno che questo movimento non smobiliterà, per la
semplice ragione che la sollevazione non ha soltanto motivazioni etiche
o ideologiche, ma si fonda sulla materialità di una condizione di
precarietà, di sfruttamento, di immiserimento crescente. E di rabbia.

La rabbia talvolta alimenta l’intelligenza, talaltra si manifesta in
forma psicopatica. Ma non serve a nulla far la predica agli arrabbiati,
perché loro si arrabbiano di più. E non stanno comunque ad ascoltare le
ragioni della ragionevolezza, dato che la violenza finanziaria produce
anche rabbia psicopatica.

Il giorno prima della manifestazione del 16 in un’intervista pubblicata
da un giornaletto che si chiama La Stampa io dichiaravo che a mio parere
era opportuno che alla manifestazione di Roma non ci fossero scontri,
per rendere possibile una continuità della dimostrazione in forma di
acampada. Le cose sono andate diversamente, ma non penso affatto che la
mobilitazione sia stata un fallimento solo perché non è andata come io
auspicavo.

Un numero incalcolabile di persone hanno manifestato contro il
capitalismo finanziario che tenta di scaricare la sua crisi sulla
società. Fino a un mese fa la gente considerava la miseria e la
devastazione prodotte dalle politiche del neoliberismo alla stregua di
un fenomeno naturale: inevitabile come le piogge d’autunno. Nel breve
volgere di qualche settimana il rifiuto del liberismo e del finazismo è
dilagato nella consapevolezza di una parte decisiva della popolazione.
Un numero crescente di persone manifesterà in mille maniere diverse la
sua rabbia, talvolta in maniera autolesionista, dato che per molti il
suicidio è meglio che l’umiliazione e la miseria.

Leggo che alcuni si lamentano perché gli arrabbiati hanno impedito al
movimento di raggiungere piazza San Giovanni con i suoi carri colorati.
Ma il movimento non è una rappresentazione teatrale in cui si deve
seguire la sceneggiatura. La sceneggiatura cambia continuamente, e il
movimento non è un prete né un giudice. Il movimento è un medico. Il
medico non giudica la malattia, la cura.

Chi è disposto a scendere in strada solo se le cose sono ordinate e non
c’è pericolo di marciare insieme a dei violenti, nei prossimi dieci anni
farà meglio a restarsene a casa. Ma non speri di stare meglio, rimanendo
a casa, perché lo verranno a prendere. Non i poliziotti né i fascisti.
Ma la miseria, la disoccupazione e la depressione. E magari anche gli
ufficiali giudiziari.

Dunque è meglio prepararsi all’imprevedibile. E’ meglio sapere che la
violenza infinita del capitalismo finanziario nella sua fase agonica
produce psicopatia, e anche razzismo, fascismo, autolesionismo e
suicidio. Non vi piace lo spettacolo? Peccato, perché non si può
cambiare canale.

Il presidente della Repubblica dice che è inammissibile che qualcuno
spacchi le vetrine delle banche e bruci una camionetta lanciata a tutta
velocità in un carosello assassino. Ma il presidente della Repubblica
giudica ammissibile che sia Ministro un uomo che i giudici vogliono
processare per mafia, tanto è vero che gli firma la nomina, sia pure con
aria imbronciata. Il Presidente della Repubblica giudica ammissibile che
un Parlamento comprato coi soldi di un mascalzone continui a legiferare
sulla pelle della società italiana tanto è vero che non scioglie le
Camere della corruzione. Il Presidente della Repubblica giudica
ammissibile che passino leggi che distruggono la contrattazione
collettiva, tanto è vero che le firma. Di conseguenza a me non importa
nulla di ciò che il Presidente giudica inammissibile.

Io vado tra i violenti e gli psicopatici per la semplice ragione che là
è più acuta la malattia di cui soffriamo tutti. Vado tra loro e gli
chiedo, senza tante storie: voi pensate che bruciando le banche si
abbatterà la dittatura della finanza? La dittatura della finanza non sta
nelle banche ma nel ciberspazio, negli algoritmi e nei software.

La dittatura della finanza sta nella mente di tutti coloro che non sanno
immaginare una forma di vita libera dal consumismo e dalla televisione.

Vado fra coloro cui la rabbia toglie ragionevolezza, e gli dico: credete
che il movimento possa vincere la sua battaglia entrando nella trappola
della violenza? Ci sono armate professionali pronte ad uccidere, e la
gara della violenza la vinceranno i professionisti della guerra.

Ma mentre dico queste parole so benissimo che non avranno un effetto
superiore a quello che produce ogni predica ai passeri.

Lo so, ma le dico lo stesso. Le dico e le ripeto, perché so che nei
prossimi anni vedremo ben altro che un paio di banche spaccate e
camionette bruciate. La violenza è destinata a dilagare dovunque. E ci
sarà anche la violenza senza capo né coda di chi perde il lavoro, di chi
non può mandare a scuola i propri figli, e anche la violenza di chi non
ha più niente da mangiare.

Perché dovrebbero starmi ad ascoltare, coloro che odiano un sistema così
odioso che è soprattutto odioso non abbatterlo subito?

Il mio dovere non è isolare i violenti, il mio dovere di intellettuale,
di attivista e di proletario della conoscenza è quello di trovare una
via d’uscita. Ma per cercare la via d’uscita occorre essere laddove la
sofferenza è massima, laddove massima è la violenza subita, tanto da
manifestarsi come rifiuto di ascoltare, come psicopatia e come
autolesionismo. Occorre accompagnare la follia nei suoi corridoi
suicidari mantenendo lo spirito limpido e la visione chiara del fatto
che qui non c’è nessun colpevole se non il sistema della rapina sistematica.

Il nostro dovere è inventare una forma più efficace della violenza, e
inventarla subito, prima del prossimo G20 quando a Nizza si riuniranno
gli affamatori. In quella occasione non dovremo inseguirli, non dovremo
andare a Nizza a esprimere per l’ennesima volta la nostra rabbia
impotente. Andremo in mille posti d’Europa, nelle stazioni, nelle piazze
nelle scuole nei grandi magazzini e nelle banche e là attiveremo dei
megafoni umani. Una ragazza o un vecchio pensionato urleranno le ragioni
dell’umanità defraudata, e cento intorno ripeteranno le sue parole, così
che altri le ripeteranno in un mantra collettivo, in un’onda di
consapevolezza e di solidarietà che a cerchi concentrici isolerà gli
affamatori e toglierà loro il potere sulle nostre vite.

Un mantra di milioni di persone fa crollare le mura di Gerico assai più
efficacemente che un piccone o una molotov.

(18 ottobre 2011)


Machinic Capitalism and Network Surplus Value

Posted: ottobre 13th, 2011 | Author: | Filed under: au-delà, comune, postcapitalismo cognitivo | No Comments »

by Matteo Pasquinelli

Abstract: Gilbert Simondon once noticed that industrial machines were already an information relay, as they were bifurcating for the first time the source of energy (nature) from the source of information (the worker). In 1963, in order to describe the new condition of industrial labour, Romano Alquati introduced the notion of valorising information as a link between the Marxist concept of value and the cybernetic definition of information. In 1972, Deleuze and Guattari initiated their machinic ontology as soon as cybernetics started to exit the factory and expand to the whole society.
In this text I focus again on the Turing machine as the most empirical model available to study the guts of cognitive capitalism. Consistent with the Marxian definition of machinery as a device for the “augmentation of surplus value”, the algorithm of the Turing machine is proposed as engine of the new forms of valorisation, measure of network surplus value and new ‘crystal’ of social conflict. Information machines are not just ‘linguistic machines’ but indeed a relay between information and metadata: in this way they open to a further technological bifurcation and also to new forms of biopolitical control: a society of metadata is outlined as the current evolution of that ‘society of control’ pictured by Deleuze in 1990.

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LA VERITA’ NELL’ERA DEL VIDEO

Posted: ottobre 11th, 2011 | Author: | Filed under: post-filosofia, postcapitalismo cognitivo | No Comments »

La verità nell’era del video

di Carlo Freccero – Italiani Europei

Con la separazione tra sapere e potere e il massiccio diffondersi della televisione, le democrazie odierne assomigliano sempre più a delle sondocrazie: tutto è lecito in nome del consenso, dell’“audience”, e l’unica verità che conta è quella dei sondaggi, del marketing. Tuttavia, nell’Italia berlusconiana e nell’Inghilterra di Murdoch si scorgono i primi segnali di un’inversione di rotta.

La verità è stata per la filosofia quello che il sacro Graal è stato per i cavalieri medievali e la pietra filosofale per gli alchimisti: un obiettivo sfuggente e mai raggiunto, ma capace di giustificare qualsiasi sforzo e qualsiasi sacrificio. Ogni volta, in ogni epoca e con ogni pensatore, la verità veniva raggiunta solo per essere contraddetta e superata dal pensiero successivo. Sino a che questa impossibilità di raggiungere il vero, in modo definitivo ed esaustivo, ha cominciato a far parte della teoria stessa della verità. La verità è tale solo sino a quando viene “falsificata” in senso popperiano. E ancora, la verità è qualcosa che cambia nel tempo con l’avvicendarsi di epistemi diverse. Pensiamo al concetto di rottura epistemologica in Gaston Bachelard. E pensiamo al concetto di regime di verità teorizzato da Michel Foucault.

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