Our Future, Our Money

Posted: Settembre 14th, 2011 | Author: | Filed under: crisi sistemica, critica dell'economia politica | No Comments »

“The only way to learn is by doing. [The point is] to learn in order to realize goals that were previously considered as unimaginable”, Michael Hardt and Antonio Negri.

Capitalism is ontologically (and almost economically) dead, thus we do not need the kind of transitory revolutions that characterized the relation of opposition between those who produce real value and those who simply invest capital for production to occur. Another transitory revolution would cause a temporary resurrection of capitalism: indeed, capitalism can exist only if something else, us – or the multitude, continue to fight against it. By contrast, the singularities composing the multitude should have the interest on putting their hands on the dispostifs of the State only for dismantling them. A better strategy is a non-reactionary exodus from capital towards a self sustaining, horizontally developed and cooperation-inducing G/Local multi-currency system.

There is the need for a revolutionary transition. What does this mean?

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Il lungo purgatorio che ci attende

Posted: Settembre 12th, 2011 | Author: | Filed under: BCE, crisi sistemica | No Comments »

di Bifo

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“L’operaio tedesco non vuol pagare il conto del pescatore greco.” dicono i pasdaran dell’integralismo economicista. Mettendo lavoratori contro lavoratori la classe dirigente finanziaria ha portato l’Europa sull’orlo della guerra civile. Le dimissioni di Stark segnano un punto di svolta: un alto funzionario dello stato tedesco alimenta l’idea (falsa) che i laboriosi nordici stiano sostenendo i pigri mediterranei, mentre la verità è che le banche hanno favorito l’indebitamento per sostenere le esportazioni tedesche.Per spostare risorse e reddito dalla società verso le casse del grande capitale, gli ideologi neoliberisti hanno ripetuto un milione di volte una serie di panzane, che grazie al bombardamento mediatico e alla subalternità culturale della sinistra sono diventati luoghi comuni, ovvietà indiscutibili, anche se sono pure e semplici contraffazioni. Elenchiamo alcune di queste manipolazioni che sono l’alfa e l’omega dell’ideologia che ha portato il mondo e l’Europa alla catastrofe:

Prima manipolazione:

riducendo le tasse ai possessori di grandi capitali si favorisce l’occupazione. Perché? Non l’ha mai capito nessuno. I possessori di grandi capitali non investono quando lo stato si astiene dall’intaccare i loro patrimoni, ma solo quando pensano di poter far fruttare i loro soldi. Perciò lo stato dovrebbe tassare progressivamente i ricchi per poter investire risorse e creare occupazione. La curva di Laffer che sta alla base della Reaganomics è una patacca trasformata in fondamento indiscutibile dell’azione legislativa della destra come della sinistra negli ultimi tre decenni.

Seconda manipolazione:

prolungando il tempo di lavoro degli anziani, posponendo l’età della pensione si favorisce l’occupazione giovanile. Si tratta di un’affermazione evidentemente assurda. Se un lavoratore va in pensione si libera un posto che può essere occupato da un giovane, no? E se invece l’anziano lavoratore è costretto a lavorare cinque sei sette anni di più di quello che era scritto nel suo contratto di assunzione, i giovani non potranno avere i posti di lavoro che restano occupati. Non è evidente? Eppure le politiche della destra come della sinistra da tre decenni a questa parte sono fondate sul misterioso principio che bisogna far lavorare di più gli anziani per favorire l’occupazione giovanile. Risultato effettivo: i detentori di capitale, che dovrebbero pagare una pensione al vecchietto e un salario al giovane assunto, pagano invece solo un salario allo stanco non pensionato, e ricattano il giovane disoccupato costringendolo ad accettare ogni condizione di precariato.

Terza manipolazione:

Occorre privatizzare la scuola e i servizi sociali per migliorarne la qualità grazie alla concorrenza. L’esperienza trentennale mostra che la privatizzazione comporta un peggioramento della qualità perché lo scopo del servizio non è più soddisfare un bisogno pubblico ma aumentare il profitto privato. E quando le cose cominciano a funzionare male, come spesso accade, allora le perdite si socializzano perché non si può rinunciare a quel servizio, mentre i profitti continuano a essere privati.

Quarta manipolazione:

I salari sono troppo alti, abbiamo vissuto al disopra dei nostri mezzi dobbiamo stringere la cinghia per essere competitivi. Negli ultimi decenni il valore reale dei salari si è ridotto drasticamente, mentre i profitti si sono dovunque ingigantiti. Riducendo i salari degli operai occidentali grazie alla minaccia di trasferire il lavoro nei paesi di nuova industrializzazione dove il costo del lavoro era e rimane a livelli schiavistici, il capitale ha ridotto la capacità di spesa. Perché la gente possa comprare le merci che altrimenti rimangono invendute, si è allora favorito l’indebitamento in tutte le sue forme. Questo ha indotto dipendenza culturale e politica negli attori sociali (il debito agisce nella sfera dell’inconscio collettivo come colpa da espiare), e al tempo stesso ha fragilizzato il sistema esponendolo come ora vediamo al collasso provocato dall’esplodere della bolla.

Quinta manipolazione:

l’inflazione è il pericolo principale, al punto che la Banca centrale europea ha un unico obiettivo dichiarato nel suo statuto, quello di contrastare l’inflazione costi quel che costi.

Cos’è l’inflazione? E’ una riduzione del valore del denaro o piuttosto un aumento dei prezzi delle merci. E’ chiaro che l’inflazione può diventare pericolosa per la società, ma si possono creare dei dispositivi di compensazione (come era la scala mobile che in Italia venne cancellata nel 1984, all’inizio della gloriosa “riforma” neoliberista). Il vero pericolo per la società è la deflazione, strettamente collegata alla recessione, riduzione della potenza produttiva della macchina collettiva. Ma chi detiene grandi capitali, piuttosto che vederne ridotto il valore dall’inflazione, preferisce mettere alla fame l’intera società, come sta accadendo adesso. La Banca europea preferisce provocare recessione, miseria, disoccupazione, impoverimento, barbarie, violenza, piuttosto che rinunciare ai criteri restrittivi di Maastricht, stampare moneta, dando così fiato all’economia sociale, e cominciando a redistribuire ricchezza. Per creare l’artificiale terrore dell’inflazione si agita lo spettro (comprensibilmente temuto dai tedeschi) degli anni ’20 in Germania, come se causa del nazismo fosse stata l’inflazione, e non la gestione che dell’inflazione fece il grande capitale tedesco e internazionale.

Ora tutto sta crollando, è chiaro come il sole. Le misure che la classe finanziaria sta imponendo agli stati europei sono il contrario di una soluzione: sono un fattore di moltiplicazione del disastro. Il salvataggio finanziario viene infatti accompagnato da misure che colpiscono il salario (riducendo la domanda futura), e colpiscono gli investimenti nella istruzione e nella ricerca (riducendo la capacità produttiva futura), quindi immediatamente inducono recessione. La Grecia ormai lo dimostra. Il salvataggio europeo ne ha distrutto le capacità produttive, privatizzato le strutture pubbliche demoralizzato la popolazione. Il prodotto interno lordo è diminuito del 7% e non smette di crollare. I prestiti vengono erogati con interessi talmente alti che anno dopo anno la Grecia sprofonda sempre più nel debito, nella colpa, nella miseria e nell’odio antieuropeo. La cura greca viene ora estesa al Portogallo, alla Spagna, all’Irlanda, all’Italia. Il suo unico effetto è quello di provocare uno spostamento di risorse dalla società di questi paesi verso la classe finanziaria. L’austerità non serve affatto a ridurre il debito, al contrario, provoca deflazione, riduce la massa di ricchezza prodotta e di conseguenza provocherà un ulteriore indebitamento, fin quando l’intero castello crollerà.

A questo i movimenti debbono essere preparati. La rivolta serpeggia nelle città europee. In qualche momento, nel corso dell’ultimo anno, ha preso forma in modo visibile, dal 14 dicembre di Roma Atene e Londra, all’acampada del maggio-giugno di Spagna, fino alle quattro notti di rabbia dei sobborghi d’Inghilterra. E’ chiaro che nei prossimi mesi l’insurrezione è destinata a espandersi, a proliferare. Non sarà un’avventura felice, non sarà un processo lineare di emancipazione sociale.

La società dei paesi è stata disgregata, fragilizzata, frammentata da trent’anni di precarizzazione, di competizione selvaggia nel campo del lavoro, e da trent’anni di avvelenamento psicosferico prodotto dalle mafie mediatiche, gestite da criminali come Berlusconi e Murdoch.

L’insurrezione che viene sarà un processo non sempre allegro, spesso venato da fenomeni di razzismo, di violenza autolesionista. Questo è l’effetto della desolidarizzazione che il neoliberismo e la politica criminale della sinistra hanno prodotto nell’esercito proliferante e frammentato del lavoro.

Nei prossimi cinque anni possiamo attenderci un diffondersi di fenomeni di guerra civile interetnica, come già si è intravisto nei fumi della rivolta inglese, ad esempio negli episodi violenti di Birmingham. Nessuno potrà evitarlo, e nessuno potrà dirigere quell’insurrezione, che sarà un caotico riattivarsi delle energie del corpo della società europea troppo a lungo compresso, frammentato e decerebrato.

Il compito che i movimenti debbono svolgere non è provocare l’insurrezione, dato che questa seguirà una dinamica spontanea e ingovernabile, ma creare (dentro l’insurrezione o piuttosto accanto, in parallelo) le strutture conoscitive, didattiche, esistenziali, psicoterapeutiche, estetiche, tecnologiche e produttive che potranno dare senso e autonomia a un processo in larga parte insensato e reattivo.

Nell’insurrezione ma anche fuori di essa dovrà crescere il movimento di reinvenzione d’Europa, ponendosi come primo obiettivo l’abbattimento dell’Europa di Maastricht, il disconoscimento del debito e delle regole che l’hanno generato e lo alimentano, e lavorando alla creazione di luoghi di bellezza e di intelligenza, di sperimentazione tecnica e politica.

La caduta d’Europa (inevitabile) non sarà un fatto da salutare con gioia, perché aprirà la porta a processi di violenza nazionalista e razzista. Ma l’Europa di Maastricht non può essere difesa.

Compito del movimento sarà proprio riarticolare un discorso europeo basato sulla solidarietà sociale, sull’egualitarismo, sulla riduzione del tempo di lavoro, sulla redistribuzione della ricchezza, sull’esproprio dei grandi capitali, sulla cancellazione del debito, e sulla nozione di sconfinamento, di superamento della territorialità della politica.

Abolire Maastricht, abolire Schengen, per ripensare l’Europa come forma futura dell’internazionale, dell’uguaglianza e della libertà (dagli stati, dai padroni e dai dogmi)

E’ probabile che il prossimo passaggio dell’insurrezione europea abbia come scenario l’Italia.

Mentre Berlusconi ci ipnotizza con i suoi funambolismi da vecchio mafioso, eccitando l’indignazione legalitaria, Napolitano ci frega il portafoglio. La divisione del lavoro è perfetta. Gli indignati d’Italia credono che basti ristabilire la legalità perché le cose si rimettano a funzionare decentemente, e credono che i diktat europei siano la soluzione per le malefatte della casta mafiosa italiana. Dopo trent’anni di Minzolini e Ferrara non ci dobbiamo meravigliare che si possa credere a favole di questo genere. Il Purgatorio che ci aspetta è invece più complicato e lungo.

Dovremo forse passare attraverso un’insurrezione legalitaria che porterà al disastro di un governo della Banca centrale europea impersonato da un banchiere o da un confindustriale osannato dai legalitari.

Sarà quel governo a distruggere definitivamente la società italiana, e i prossimi anni italiani saranno peggiori dei venti che abbiamo alle spalle. E’ meglio saperlo.

Ed è anche meglio sapere che una soluzione al problema italiano non si trova in Italia, ma forse (e sottolineo forse) si troverà nell’insurrezione europea.

10 settembre 2011


Terza lettera su etica e politica

Posted: Settembre 7th, 2011 | Author: | Filed under: Marcos | No Comments »

FORSE… (Terza Lettera a Don Luis Villoro nello scambio su Etica e Politica)

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO Luglio-Agosto 2011

Per: Don Luis Villoro
Da: SupMarcos

Don Luis:
Le mando i saluti di tutt@ noi ed un abraccio forte da parte mia. Speriamo che stia meglio in salute e che la pausa in questo scambio sia servita per nuove idee e riflessioni.

Anche se la realtà attuale sembra precipitare vertiginosamente, una seria riflessione teorica dovrebbe essere in grado di “congelarla” un istante per scoprire in essa le tendenze che ci permettano, rivelando la sua gestazione, di vedere verso dove sta andando.

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L’ape e l’architetto

Posted: Settembre 7th, 2011 | Author: | Filed under: epistemes & società, postcapitalismo cognitivo | No Comments »

L’APE E L’ARCHITETTO

di Marco d’Eramo

Quando la sinistra non fu più scientista

A distanza di 35 anni, esce la nuova edizione di un volume che segnò un’epoca. Per la prima volta un gruppo di scienziati discuteva di filosofia e di neutralità della scienza. Un testo miliare da rileggere anche per capire quanto da allora è cambiato

Che baratro bastano a scavare solo 35 anni! Dà quasi una vertigine dell’abisso prendere in mano la nuova edizione de L’ape e l’architetto (ed. Bicocca – Franco Angeli, pp. 300, euro 33). Quando apparve nel 1976, questo volume segnò un’epoca. Era la prima volta in Italia che a discutere di filosofia e di neutralità della scienza erano scienziati professionisti. Infatti gli autori – Giovanni Ciccotti, Marcello Cini, Michelangelo De Maria, Giovanni Jona-Lasinio – erano tutti fisici teorici dell’istituto Enrico Fermi dell’Università La Sapienza di Roma. (Jona-Lasinio era stato uno dei due relatori della mia tesi di laurea ed era nel gruppo di Cini che avevo vinto una borsa di studio di ricercatore).

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SCAFFALE
Nuovi contributi per un classico degli anni ’70

Apparso per la prima volta sugli scaffali delle librerie italiane nel 1976 per le edizioni Feltrinelli, «L’Ape e l’Architetto» viene oggi ripubblicato da Franco Angeli (pp. 304, euro 33) in una nuova edizione che comprende anche una serie di nuovi saggi, che ne rielaborano e attualizzano gli spunti. In particolare, Giovanni Jona-Lasinio affronta i «Mutamenti della prassi scientifica nella società tecnologica», Giovanni Ciccotti e Michelangelo de Maria analizzano «Ciò che è vivo e ciò che è morto de “L’Ape e l’Architetto”», mentre Marcello Cini rilegge «L’Ape e l’Architetto: trentacinque anni dopo» e ancora Giovanni Jona-Lasinio ritrova «L’Ape e l’Architetto in retrospettiva». Al gruppo degli autori «storici», si aggiungono adesso Arianna Borrelli («Il rapporto fra scienza e società nella storiografia della scienza e ne “L’Ape e l’Architetto”»), Marco Lippi («L’Ape e l’Architetto tra scientisti e irrazionalisti degli anni ’70»), Dario Narducci («Gli spettri della scienza e i fantasmi dell’irrazionalismo») e Giorgio Parisi («La lotta contro l’ortodossia»).

Giorgio Parisi: Il lessico dimenticato di una critica ancora attuale


Reading the Riots

Posted: Settembre 6th, 2011 | Author: | Filed under: riots | No Comments »

una ricerca sociale sulle rivolte inglesi

di Benedetto Vecchi

«Reading the Riots». È questo il titolo di una ricerca sulle rivolte
inglesi di questa estate avviata dal quotidiano inglese «The Guardian» e
dalla London School of Economics. La ricerca, finanziata dalla «Joseph
Rowntree Foundation», dalla «Open Society Foundation», coordinata dallo
studioso Tim Newburn e che sarà pubblicata nei prossimi mesi, si compone
di tre parti. La prima è composta da interviste ai partecipanti degli
scontri con la polizia e ai residenti dei quartieri coinvolti nelle
rivolte. La seconda, composta da un «data base» dei profili –
acculturazione, lavoro, ovviamente età e provenienza «etnica» – delle
oltre 2000 persone fermate dalla polizia durante gli scontri (molti di
loro sono stati accusati di saccheggio, devastazione). La terza parte è
un’analisi dei 2500 sms inviati nei giorni dei riots che avevano come
oggetto commenti e inviti a scendere nelle strade.

Presentando il progetto di ricerca, il sito de «The Guardian» ha
ricordato che inchieste analoghe sono state già compiute nel passato,
anche se «Reading The Riots» si propone, a differenza del passato, di
indagare le cause delle rivolte. Non quindi una fotografia, bensì il
tentativo di «decrittare» un fenomeno tanto intenso e tuttavia
circoscritto nel tempo.

Nei giorni successive alle rivolte, infatti, le uniche personalità
politiche che hanno preso la parola hanno spesso liquidato ciò che era
accaduto in molte città inglesi come «atti criminali». Poche le voci che
hanno invece ricordato come molti dei quartieri coinvolti avevano tassi
di disoccupazione molto più alti che in altri quartieri. Oppure che gli
incidente sono avvenute in zone della città fortemente colpite dalla
politiche di rigore messe in campo dalle amministrazioni cittadine o dal
governo conservatore. O che alcuni delle zone londinesi stavano subendo
politiche di espulsione degli abitanti a causa dei dei lavori per le
Olimpiadi ospitate dal Regno Unito nel 2012. Va detto che il compito di
ricordare il background sociale delle rivolte è stato spesso assolto
dalle inchieste giornalistiche pubblicate nei giorni «caldi», che davano
spesso la parola a gruppi, associazioni locali o gruppi politici
minoritari, concordi nel ricordare l’urgenza politica di affrontare una
non più rinviabile «questione sociale».

La ricerca sui riots potrebbe dunque offrire un quadro molto più
analitico di quanto è accaduto e di come sono profondamente cambiati i
quartieri inglesi. Mutamento che sicuramente non trovano spiegazione
nella stigmatizzazione dei saccheggi, né nella descrizione di una
generazione ostaggio di una logica del consumo fine a se stessa.

Nei giorni delle rivolta, ad esempio, un decano della London School of
Economics, Zygmunt Bauman, ha pubblicato un commento sulle rivolte,
individuando nella coazione ossessiva al consumo solo l’effetto
collaterale di una trasformazione che lo studioso di origine polacca non
ha avuto timore a definire antropologica. In altri termini, il consumo
era solo espressione di stili di vita, relazioni sociali «figlie» di un
ventennio di politiche sociali e economiche che hanno demolito il
welfare state, ritenuto da Bauman uno dei punti più alti di civiltà
raggiunti dal capitalismo.

È all’interno di una realtà segnata da precarietà, dismissione della
presenza dello stato e di centralità del mercato che ha preso forma la
mutazione antropologica a cui allude lo studioso di origine polacca.
Mutazione antropologica che, ad esempio, un’altra studiosa inglese, Nina
Power, che, in un commento scritto durante le rivolte, vedeva
manifestarsi non tanto nei saccheggi, ma in quella assenza di futuro a
cui sembrano essere condannati i giovani inglesi.


Globalizzazione pret à porter

Posted: Settembre 5th, 2011 | Author: | Filed under: comune, critica dell'economia politica | No Comments »

di Vecchi Benedetto

«Occorre tornare a quella critica dell’economia politica che assuma il capitale come rapporto sociale nella sua totalità». Il manifesto, 4 settembre 2011

Le ricette per uscire dalla crisi oscillano tra un liberismo light o un liberismo ancora più radicale di quello che ha prodotto il default di alcune economie nazionali . Un sentiero di lettura a partire dai saggi dello studioso inglese.
 
Rimedi omeopatici che costringono a pensare i rapporti sociali come una totalità da destrutturare. La finanza è il nemico, mentre l’etica del lavoro, la comunità e il rigore sono l’ancora di salvezza del capitalismo.

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scépsi

Posted: Settembre 3rd, 2011 | Author: | Filed under: comune, post-filosofia, postcapitalismo cognitivo | No Comments »

The next SCEPSI event will be
KAFCA
(knowledge against financial capitalism)

a Conference that will be organized by the Museo de Arte contemporaneo de Barcelona
In collaboration with European School for social imagination
December 1st 2nd

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Zizek

Posted: Settembre 2nd, 2011 | Author: | Filed under: crisi sistemica | No Comments »

Slavoj Žižek: Saccheggiatori di tutto il mondo, unitevi (Lenin + Smiths?)

La ripetizione, secondo Hegel, svolge un ruolo storico fondamentale: una cosa che accade solo una volta può essere liquidata come un caso, un evento che avrebbe potuto essere evitato se la situazione fosse stata gestita diversamente; ma il suo ripetersi è sintomo di una dinamica storica più profonda.

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resistenza

Posted: Settembre 1st, 2011 | Author: | Filed under: BCE, crisi sistemica, critica dell'economia politica | No Comments »

Il diritto alla bancarotta come contropotere finanziario

di Andrea Fumagalli *

Solo il diritto all’insolvenza degli stati potrebbe smontare il potere finanziario. L’Euopa potrebbe cambiare le regole e unire le sue politiche fiscali Una finanza mondiale grande otto volte l’economia reale non è sopportabile e la politica monetaria aiuta la speculazione

In queste settimane di crisi finanziaria e di pressione speculativa sui paesi mediterranei, l’Europa non ha fatto una bella figura. E non poteva essere altrimenti, dal momento che la costruzione di un’Europa politica, economica e sociale è ancora lungi dall’essere raggiunta. I poteri sono in mano alla Bce, che detta legge, tramite l’asse Merkel -Sarkozy. Eppure, ci potrebbero essere gli spazi per creare le premesse della costruzione di quell’Unione europea, sociale, economica, solidale e federale che tutti auspichiamo, in grado di essere superiore agli opportunismi nazionalistici.

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