Reading the Riots

Posted: Settembre 6th, 2011 | Author: | Filed under: riots | No Comments »

una ricerca sociale sulle rivolte inglesi

di Benedetto Vecchi

«Reading the Riots». È questo il titolo di una ricerca sulle rivolte
inglesi di questa estate avviata dal quotidiano inglese «The Guardian» e
dalla London School of Economics. La ricerca, finanziata dalla «Joseph
Rowntree Foundation», dalla «Open Society Foundation», coordinata dallo
studioso Tim Newburn e che sarà pubblicata nei prossimi mesi, si compone
di tre parti. La prima è composta da interviste ai partecipanti degli
scontri con la polizia e ai residenti dei quartieri coinvolti nelle
rivolte. La seconda, composta da un «data base» dei profili –
acculturazione, lavoro, ovviamente età e provenienza «etnica» – delle
oltre 2000 persone fermate dalla polizia durante gli scontri (molti di
loro sono stati accusati di saccheggio, devastazione). La terza parte è
un’analisi dei 2500 sms inviati nei giorni dei riots che avevano come
oggetto commenti e inviti a scendere nelle strade.

Presentando il progetto di ricerca, il sito de «The Guardian» ha
ricordato che inchieste analoghe sono state già compiute nel passato,
anche se «Reading The Riots» si propone, a differenza del passato, di
indagare le cause delle rivolte. Non quindi una fotografia, bensì il
tentativo di «decrittare» un fenomeno tanto intenso e tuttavia
circoscritto nel tempo.

Nei giorni successive alle rivolte, infatti, le uniche personalità
politiche che hanno preso la parola hanno spesso liquidato ciò che era
accaduto in molte città inglesi come «atti criminali». Poche le voci che
hanno invece ricordato come molti dei quartieri coinvolti avevano tassi
di disoccupazione molto più alti che in altri quartieri. Oppure che gli
incidente sono avvenute in zone della città fortemente colpite dalla
politiche di rigore messe in campo dalle amministrazioni cittadine o dal
governo conservatore. O che alcuni delle zone londinesi stavano subendo
politiche di espulsione degli abitanti a causa dei dei lavori per le
Olimpiadi ospitate dal Regno Unito nel 2012. Va detto che il compito di
ricordare il background sociale delle rivolte è stato spesso assolto
dalle inchieste giornalistiche pubblicate nei giorni «caldi», che davano
spesso la parola a gruppi, associazioni locali o gruppi politici
minoritari, concordi nel ricordare l’urgenza politica di affrontare una
non più rinviabile «questione sociale».

La ricerca sui riots potrebbe dunque offrire un quadro molto più
analitico di quanto è accaduto e di come sono profondamente cambiati i
quartieri inglesi. Mutamento che sicuramente non trovano spiegazione
nella stigmatizzazione dei saccheggi, né nella descrizione di una
generazione ostaggio di una logica del consumo fine a se stessa.

Nei giorni delle rivolta, ad esempio, un decano della London School of
Economics, Zygmunt Bauman, ha pubblicato un commento sulle rivolte,
individuando nella coazione ossessiva al consumo solo l’effetto
collaterale di una trasformazione che lo studioso di origine polacca non
ha avuto timore a definire antropologica. In altri termini, il consumo
era solo espressione di stili di vita, relazioni sociali «figlie» di un
ventennio di politiche sociali e economiche che hanno demolito il
welfare state, ritenuto da Bauman uno dei punti più alti di civiltà
raggiunti dal capitalismo.

È all’interno di una realtà segnata da precarietà, dismissione della
presenza dello stato e di centralità del mercato che ha preso forma la
mutazione antropologica a cui allude lo studioso di origine polacca.
Mutazione antropologica che, ad esempio, un’altra studiosa inglese, Nina
Power, che, in un commento scritto durante le rivolte, vedeva
manifestarsi non tanto nei saccheggi, ma in quella assenza di futuro a
cui sembrano essere condannati i giovani inglesi.



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