Chicchi: L’ANIMA AL LAVORO (di Franco Berardi ‘Bifo’)

Posted: Maggio 11th, 2016 | Author: | Filed under: 99%, anthropos, au-delà, bio, crisi sistemica, Deleuze, epistemes & società, post-filosofia, postcapitalismo cognitivo, posthumanism, psichè, Révolution, vita quotidiana | 103 Comments »

di Federico Chicchi

Il libro di Franco Berardi (Bifo), L’anima al lavoro. Alienazione, estraneità, autonomia (DeriveApprodi, 2016), ha il ritmo e l’appeal di una danza orientale. Non solo perché seduce e accompagna il lettore passo a passo, in virtù della sua cadenza sinuosa, ma soprattutto perché, in modo cristallino, disvela e mette a nudo, la pervasività della metamacchina capitalistica e la sua azione tossica sull’anima.

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Il libro chiarisce fin da subito che per reagire alla catastrofe psichica e sociale del capitalismo contemporaneo è necessario avere ben presenti le ragioni del salto di paradigma che ha caratterizzato e quindi trasfigurato, a partire dalla prima metà dei Settanta, l’economia e la società occidentale.

«Lo sfruttamento industriale concerne i corpi, i muscoli, le braccia. (…) Ma se dalla sfera della produzione industriale ci spostiamo alla sfera della produzione digitale, scopriamo che lo sfruttamento si esercita essenzialmente sul flusso semiotico che il tempo di lavoro umano è in grado di emanare» (p. 8). Ecco allora il sedimentarsi di un capitalismo del cognitivo e dell’immateriale, ma anche del seduttivo e degli affetti. Un capitalismo in cui produzione e riproduzione sociale si riflettono vicendevolmente e incessantemente allo specchio, creando uno spazio di coincidenza che non presenta soluzioni di continuità. Occorre quindi aver chiaro che il paradigma dialettico (e quindi anche il Marx troppo fedele a quest’ultimo) è oggi divenuto insufficiente a dare conto e quindi a sviluppare una critica efficace del nuovo discorso capitalista: «abbiamo capito bene che la storia moderna non procede dialetticamente verso un esito positivo, e che non si vede al suo orizzonte alcun superamento dialettico. Essa appare piuttosto come un dispositivo patogeno, come un doppio legame» (p.61).

La comunicazione paradossale e continuamente fluttuante che attraversa il mediascape del semiocapitalismo è più che una ragione assoluta e monolitica, piuttosto si configura come un insieme di prescrizioni normative e di stimolazioni all’azione che, inquadrate in una plastica assiomatica di sfondo, non sembrano affatto procedere nella stessa direzione. Le stesse rendono poi praticamente impossibile stabilizzare, in seno a una comune pratica sociale, una visione conflittuale collettiva. «Ne risulta così un sistema di fraintendimenti, ingiunzioni contraddittorie, sovrapposizioni perverse» (p. 61) che rende il potere apparentemente incontrastabile e senza volto.

L’anima al lavoro ripercorre una buona parte della stratificazione concettuale che ha caratterizzato fin dai suoi esordi il pensiero critico e anticapitalistico, e nel ripercorrerlo con scaltrezza Bifo rivela i passaggi (anche quelli più improbabili e funambolici) e le cesure che si sono situati tra le sue categorie fondative e che hanno costituito le basi del pensiero postoperaista (che si preferisce qui chiamare composizionista) cui lo stesso Bifo sente di appartenere. E come in un noto racconto di Alphonse Allais, non ci si accontenta qui di spogliare la danzatrice dai suoi veli ma la stessa è invitata a disfarsi anche della sua pelle. Perché è dell’osso del pensiero critico qui depositato che Franco Berardi va mirabilmente alla caccia. Non però per spiluccarselo ma per poterlo conficcare nuovamente in seno al presente.

Il campo di battaglia si è dunque spostato ancora di più sul piano dell’immaginario, oltre l’ideologia e le egemonie culturali, proprio al centro dell’anima (nell’inconscio e nei suoi fantasmi, aggiungo io) della soggettività in formazione. Il dominio dell’immaginario crea le premesse per il dispiegarsi di un panorama

Insomma un libro che va affrontato, senza frenare il piacere della lettura, con attenzione perché solo così ci lascerà la netta e tangibile sensazione di poter comprendere più a fondo l’anima precaria e digitalizzata della caosmotica soggettività contemporanea. Riassumiamo. L’anima al lavoro è dunque un saggio utilissimo per due urgenze principali. La prima riguarda la possibilità di meglio inquadrare – seguendo il filo genealogico delle categorie critiche che dalla alienazione portano fino alla metamacchina digitale – la contemporaneità e le nuove modalità con cui il semiocapitalismo comanda e governa le condotte sociali; la seconda perché permette di pungolare, criticare e quindi rinnovare quello che Bifo chiama il pensiero composizionista, ovvero quello che altri in modo più arrischiato hanno qualificato come Italian theory.

Quest’ultimo, secondo l’autore, ha avuto il grande merito di porre il desiderio come campo centrale della Storia. Abbandonare cioè l’idea della realizzazione di una totalità che di fatto nega l’alterità, nella quale l’alterità è tolta. Questo è davvero uno snodo fondamentale del volume. «L’incontro tra pensiero autonomo italiano e pensiero desiderante francese non è stato un caso fortuito dovuto a eventi politici e biografici. A un certo punto, nel vivo della lotta sociale, per il movimento autonomo è diventato necessario utilizzare categorie di tipo schizoanalitico per analizzare il processo di formazione dell’immaginario sociale» (p. 161).

Il metodo composizionista è l’incontro di queste istanze che assumono il campo del desiderio come campo di lotta e di rizomatica geometria dei differenti flussi sociali. La sfida è però stata raccolta anche dal capitale (e in gran parte vinta) attraverso quelle che Berardi chiama le immageenering corporations. Il campo di battaglia si è dunque spostato ancora di più sul piano dell’immaginario, oltre l’ideologia e le egemonie culturali, proprio al centro dell’anima (nell’inconscio e nei suoi fantasmi, aggiungo io) della soggettività in formazione. Il dominio dell’immaginario crea le premesse per il dispiegarsi di un panorama terribile in cui la precarietà viene generalizzata come condizione generale cui si è irrimediabilmente e socialmente esposti e attraverso cui prende forma «un regime di violenza pura, illimitata, disumana». Un campo che con l’impiego delle tecnologie digitali e della microelettronica il capitale sa fare suo senza troppa fatica. Non c’è affatto da stare allegri, insomma.

Per questo se potessimo azzardare e indicare uno dei protagonisti del volume in questione, questo sarebbe senz’altro il tema della seduzione. L’anima al lavoro è, in altre parole, la descrizione di come il lavoro deve farsi oggi necessariamente seduttivo, altrimenti non ottiene legittimità nella distribuzione del salario sociale, altrimenti paradossalmente non si collega più al suo valore d’uso sociale. A questo importante ruolo di primo piano si arriva attraverso un autore tanto straordinario quanto per certi versi negletto, che per una serie di motivi (cui Franco Berardi accenna soltanto) è stato per troppo tempo tenuto al di fuori o ai margini del pensiero composizionista: Jean Baudrillard.

Bifo lo riprende, con cautela e originalità, calandolo all’interno del contesto semiocapitalistico attraverso due piste fondamentali; due piste che devono a mio avviso assolutamente rientrare nello spazio critico del presente. La prima è, come si capirà presto, piuttosto scabrosa: non saremmo affatto secondo Baudrillard in un regime di repressione del sesso, ma al contrario, saremmo completamente affondati nella «ingiunzione di dirlo, di dichiararlo (…), costrizione di produzione del sesso. La repressione non è che una trappola e un alibi per nascondere la consacrazione di tutta una cultura dell’imperativo sessuale» (Baudrillard, Dimenticare Foucault, p. 71).

La seconda riguarda l’affermarsi di quella che potremmo chiamare il regno della simulazione di prospettiva, inteso come il formarsi di una sorta di «inconsistenza ontologica» in cui il rapporto tra segno e realtà risulta completamente saltato. «Simulazione, nel senso che tutti i segni si scambiano ormai tra di loro senza scambiarsi più con qualcosa di reale». Detto in altro modo e più specificatamente: la peculiare capacità del capitale, rompendo ogni referenza stabile tra concetto e realtà, è quella di mostrare le contraddizioni del sistema là dove in realtà nulla più accade e può accadere (facendo così girare per lo più a vuoto la pratica critica e conflittuale).

«Alla nozione di desiderio egli [Baudrillard] – scrive Bifo – oppone quella di disparition, extermination, o piuttosto la catena simulazione – disparizione – implosione» (p. 198). La simulazione come fantasmagorie senza prototipo. I segni non rimandano a fatticità reali ma semplicemente a fantasmi senza corpo. La società viene invasa da una bulimica offerta di segni e l’energia libidinale è parassitata dai simulacri del capitale. Il fantasma della merce diviene l’unico sostrato immaginario dove la soggettività può riparare ed esprimere la sua sessualità, instaurare una cinica contabilità del godimento fine a se stessa.

Anche lo psicoanalista francese Jacques Lacan aveva, d’altra parte, intuito qualche anno prima, il costituirsi di qualcosa di nuovo: «qualcosa è cambiato nel discorso del padrone da un certo momento della storia […] il punto importante è che, a partire da un certo giorno, il più-di-godere viene contato, contabilizzato totalizzato. Comincia allora quel che è chiamato accumulazione del capitale (…). La società dei consumi ha senso in quanto, all’elemento cosiddetto umano tra virgolette, viene dato come equivalente omogeneo un qualsiasi più-di-godere prodotto dalla nostra industria – un più-di-godere, in realtà, fasullo» (Lacan, Il rovescio della psicoanalisi, 1969-1970, pp. 223-224).

Il godimento e con lui il desiderio viene dunque numerato, misurato, contato, tradotto in merce. La soggettività diviene in questo modo una cifra da inserire in una contabilità generale della pulsione di crescita capitalistica. Il desiderio del soggetto è dunque continuamente sollecitato affinché, non senza resistenza (non è questa che fa problema, anzi!), venga impressionato in questa metrica sociale che il mercato e il pensiero economico traduce e rende socialmente praticabile. «Il suo segreto consiste nel lampeggiare intermittente di una presenza. Non essere mai là dove la si crede, mai là dove la si desidera. […] La posta in gioco è provocare e deludere il desiderio, la cui unica verità è brillare e restare deluso» (Baudrillard, Della seduzione, p. 118).

Ecco allora che la simulazione, la produzione incessante di godimenti fasulli, come processo fondamentale del nuovo capitalismo, di cui ci parlano Baudrillard e Lacan, rende fluido e radicalmente instabile il rapporto tra soggetto e oggetto costringendo il primo a una posizione pervertita e cioè quella «di chi soggiace a una seduzione» mentre però sul piano fenomenologico (e della volontà) lo stesso soggetto continua ad apparire come colui che agisce, mentre è sedotto e allineato al discorso della merce, come il seduttore. La patologia sociale prevalente è quella dell’obbligo a esprimersi continuamente e senza pause, senza fallimenti, saper sedurre e farsi sedurre al contempo, pena la propria evanescenza dalla comunicazione sociale.

Eppure oggi come forse non si sperava quasi più, nelle piazze, nelle frontiere, nelle strade dell’Europa si alza nuovamente un ritornello comune e cioè «che il paradigma economico non può più essere la regola universale dell’attività umana» (p. 275). La scommessa è allora, come ci sembra indichi qui Franco Berardi, quella di riuscire a costruire una nuova nozione di ricchezza che non sia più istruita dal rapporto salariale e non sia più fondata sul possesso e lo sfruttamento, ma invece su di un’equa e autonoma distribuzione del godimento.


Virno, intelletto generale e uso della vita

Posted: Novembre 13th, 2015 | Author: | Filed under: anthropos, au-delà, bio, comunismo, epistemes & società, post-filosofia, postoperaismo, Révolution | No Comments »

di Paolo Godani

archivio

L’idea di mondo è la nuova edizione ampliata di un libro ormai classico, che Paolo Virno pubblicò nel 1994 per manifestolibri con il titolo Mondanità. Il testo era composto dal saggio omonimo e da un altro intitolato Virtuosismo e rivoluzione, ai quali ora se ne accompagna un terzo, scritto nel 2014: L’uso della vita. Quest’ultimo – avverte l’Autore – non è da considerarsi come un’appendice o un «contrappunto al canovaccio teorico elaborato vent’anni or sono», bensì come una sorta di «enunciazione stenografica, scandita da tesi perentorie, di un programma di ricerca ancora da realizzare».

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Vita, lavoro, linguaggio. Biopolitica e biocapitalismo

Posted: Novembre 1st, 2015 | Author: | Filed under: au-delà, bio, comune, comunismo, epistemes & società, Foucault, General, post-filosofia, postoperaismo | No Comments »

di SANDRO CHIGNOLA

Alzamora

1. Non mi è semplice intervenire sul tema che mi è stato proposto. Non mi è facile per almeno due motivi. Il primo concerne la mia riluttanza a tornare su quello che, in ambito filosofico politico almeno, viene sedimentandosi come il «canone» filosofico della biopolitica. Foucault, Benjamin, Arendt e poi l’uso che di essi è stato fatto da Agamben, Negri-Hardt o Esposito. Il secondo per la difficoltà che ho, una difficoltà probabilmente solo mia, a impostare un intervento sui saperi e sui poteri della biopolitica che si sforzi di passare per così dire all’esterno dell’ordine del discorso su cui si impegna questa parte, una parte che è in fondo anche la mia, della filosofia politica contemporanea. Non entrerò pertanto nel merito della questione di come è venuta evolvendosi questa discussione, né mi addentrerò nei problemi di filologia sollevati dall’uso che è stato fatto delle categorie foucaultiane da parte di autori che vi si sono riferiti con modalità molto differenti e, almeno in alcuni casi, sottoponendole consapevolmente ad una torsione. Ciò che mi propongo di fare in questa occasione è qualcosa di diverso, ed in particolare di cartografare processi dentro i quali saperi e poteri agiscono gli uni sugli altri in un processo di co-produzione circolare surdterminato dall’assiomatica del capitale e da alcune delle sue forme contemporanee di accumulazione. Mi scuso in anticipo se sarò piuttisto sommario e se, proprio per questo, rinvierò troppo spesso e in modo davvero poco elegante a miei altri lavori.

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Pensare la crisi con J. Derrida

Posted: Settembre 24th, 2015 | Author: | Filed under: au-delà, BCE, crisi sistemica, epistemes & società, post-filosofia | No Comments »

di RICCARDO ANTONIUCCI

Il valore politico del pensiero di Derrida sta nella decostruzione della sovranità e nell’elaborazione di una pratica di giustizia che sia incondizionale. La responsabilità come vero antidoto alla violenza

Derrida

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Passioni ludiche senza desiderio

Posted: Agosto 26th, 2015 | Author: | Filed under: anthropos, au-delà, bio, epistemes & società, post-filosofia | No Comments »

di Jean Baudrillard

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È quello che dice il Dia­rio del sedut­tore: nella sedu­zione non c’è nes­sun sog­getto padrone di una stra­te­gia, e quando que­sta si dispiega nella piena con­sa­pe­vo­lezza dei mezzi pos­se­duti, è ancora sot­to­messa a una regola del gioco che le è supe­riore. Dram­ma­tur­gia rituale al di là della legge, la sedu­zione è un gioco e un destino che con­duce ine­lut­ta­bil­mente i pro­ta­go­ni­sti verso la pro­pria fine, senza che la regola sia infranta, poi­ché è lei che li lega. E l’obbligo fon­da­men­tale è che il gioco con­ti­nui, sia pure a costo di morire. Una spe­cie di pas­sione lega dun­que i gio­ca­tori alla regola che li lega, e senza la quale non sarebbe pos­si­bile giocare.

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Modernità e finzioni del tempo

Posted: Giugno 29th, 2015 | Author: | Filed under: anthropos, post-filosofia | No Comments »

di JACQUES RANCIÈRE

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Pubblichiamo il testo della conferenza che Jacques Rancière, uno dei più importanti filosofi francesi contemporanei, terrà a Firenze oggi (29 giugno) nella Sala Altana di Palazzo Strozzi alle ore 17:00. La conferenza, promossa dall’Institut Français Italia, in collaborazione con la Scuola Normale di Pisa, il Gabinetto Vieusseux e il Gruppo Quinto Alto, si svolge nell’ambito della rassegna di presentazioni e seminari «Prospettive critiche». Jacques Rancière ne discuterà con i Proff. Mario Citroni e Paolo Godani. Ringraziamo la casa editrice DeriveApprodi per l’aiuto nella realizzazione di questa pubblicazione.

Per delucidare questo titolo partirò da una definizione molto generale: chiamo finzioni del tempo i modi di strutturazione dei rapporti di temporalità e le forme di razionalità della catena temporale che strutturano le nostre percezioni della politica e della storia, come della letteratura e dell’arte. Una definizione che implica a sua volta la ridefinizione del concetto di finzione. Si continua a opporre la finzione, intesa come invenzione di situazioni immaginarie, alla solida realtà con la quale sono alle prese, con modalità differenti, coloro che lavorano la materia, coloro che intendono penetrare la struttura delle cose e coloro che agiscono per cambiare le situazioni. Eppure, lo sappiamo almeno fin da Aristotele, la finzione è ben di più dell’invenzione di esseri immaginari. È una struttura di razionalità. È una modalità di presentazione che rende cose, situazioni o eventi percepibili e intelligibili. È una modalità di connessione che costruisce forme di coesistenza, di successione e di concatenamento causale tra eventi e conferisce a tali forme la modalità del possibile, delle reale o del necessario. Una duplice operazione necessaria ovunque occorra produrre un certo senso della realtà. È necessaria lì dove si tratta di definire le condizioni, gli strumenti e gli effetti di un’azione, ovvero, in sostanza, il senso stesso di ciò che significa agire. È necessaria, poi, quando si intendono definire gli oggetti e il carattere di una conoscenza, ovvero il senso stesso di ciò che significa e di ciò che effettua l’azione di conoscere. L’azione politica che identifica delle situazioni e indica degli attori, che lega degli eventi e che da questo legame deduce dei possibili e degli impossibili, utilizza delle finzioni, esattamente come i romanzieri. E vale lo stesso per la scienza sociale, proprio quando ha la pretesa di mostrare la connessione razionale che lega degli eventi e delle situazioni all’insaputa stessa dei loro attori. Da qui ne deriva una conseguenza importante: i discorsi che riferiscono la finzione letteraria alla realtà politica e sociale, come l’effetto alla propria causa, sono di fatto dei discorsi che riferiscono una finzione a un’altra, una forma di razionalità causale a un’altra. Questo significa anche che le trasformazioni all’opera nella costruzione delle finzioni esplicitamente tali possono gettar luce su trasformazioni meno visibili, attinenti ai modi in cui costruiamo la razionalità della politica, della società e della storia.

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Biopower, psychopower and the logic of the scapegoat

Posted: Giugno 12th, 2015 | Author: | Filed under: anthropos, arts, au-delà, bio, Deleuze, epistemes & società, post-filosofia, Révolution | 166 Comments »

by Bernard Stiegler

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The capture of attention by technological means is a global phenomenon (affecting all continents), a massive one (affecting all generations and all social strata) and totally new: the length of capture has now reached 6 hours a day in the USA, not to mention the phenomena of hyper-attention, to use the term of Katherine Hayles, which provoke a splitting of attention between several media simultaneously, and which motivate the Kaiser family foundation to modify its figures – increasing the average number of hours to 8 and a half per day for American adolescents.

Humanity has never experienced such a phenomenon of synchronised and hyper-realist collective hallucination, and the consequences of these facts on psychical and collective individuation are as yet hardly theorized, although they are beginning to enter as objects of the study of psychopathology, or investigations in the human sciences, for example the case of the syndrome of cognitive saturation. Nevertheless, the pathogenic factors caused by this actual situation remain most of the time analysed in “neurocentric” terms – as for the questions tied to attention deficit – when in fact their causality is massively sociotechnical and therefore economic-political, even though the neuropsychic “terrains” play their role.

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Agamben “inoperoso” ovvero l’equivoco dell’energeia

Posted: Giugno 8th, 2015 | Author: | Filed under: anthropos, arts, au-delà, bio, epistemes & società, Foucault, philosophia, post-filosofia | No Comments »

di Lorenzo Mainini

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Con L’uso dei corpi (2014) Giorgio Agamben riconosce una “conclusione” del suo percorso filosofico e apre alla stabilizzazione di quei concetti che hanno segnato da sempre il suo pensiero. Fra tutti l’inoperosità – quella permanenza in se stessi, quell’inattualità, che Agamben pensa come forma della “resistenza” a un potere che invece attualizza, mette in opera e attiva. Alcuni critici, nel discutere l’ultimo lavoro agambeniano, hanno avuto gioco facile nel confermare i rischi già rilevabili in corso d’opera. Negri, ad esempio, osservava che, alla lettura d’Agamben, s’avverte l’impressione di trovarsi al cospetto di “qualcuno che ha colto il problema e non vuole, meglio, non può più risolverlo”1.

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Sacralizzazione della carne e scomunica del corpi

Posted: Maggio 30th, 2015 | Author: | Filed under: anthropos, au-delà, bio, post-filosofia | No Comments »

di ALBERTO ABRUZZESE

Bene dire da subito il senso delle parole usate nel titolo. Prima di tutto c’è in gioco la distinzione tra carne e corpo, distinzione che apre una serie di distinzioni, immediatamente più chiare, come ad esempio quelle tra intelligenza localizzata e intelligenza centralizzata (si pensi a quanto la carne lavori senza che il corpo che la mette al lavoro se ne accorga); tra sensibilità presente e sensibilità assente (si pensi al fenomeno per cui l’essere umano continua a sentire vivo l’arto che pure gli è stato amputato; e come la carne riemerga dal coma cerebrale).

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Italian Operaismo and the Information Machine

Posted: Maggio 1st, 2015 | Author: | Filed under: anthropos, au-delà, bio, comune, Deleuze, epistemes & società, hacking, post-filosofia, postcapitalismo cognitivo, psichè, Révolution | 65 Comments »

by Matteo Pasquinelli

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Abstract

The political economy of the information machine is discussed within the Marxist tradition of Italian operaismo by posing the hypothesis of an informational turn alreadyat work in the age of the industrial revolution. The idea of valorizing information introduced by Alquati (1963) in a pioneering Marxist approach to cybernetics issued to examine the paradigms of mass intellectuality, immaterial labour and cognitive capitalism developed by Lazzarato, Marazzi, Negri, Vercellone and Virno since the 1990s. The concept of machinic by Deleuze and Guattari (1972, 1980) is then adopted to extend Marx’s analysis of the industrial machine to the algorithms of digital machines. If the industrial machine can be described as a bifurcation of the domains of energy and information, this essay proposes to conceive the information machine itself as a further bifurcation between information and metadata. In conclusion, the hypothesis of the society of metadata is outlined as the current evolution of that society of control
pictured by Deleuze (1990) in relation to the power embodied in databases.

Keywords
algorithm, cognitive capitalism, information machine, immaterial labour, metadata, operaismo

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