Intervista a Maurizio Lazzarato

Posted: Maggio 16th, 2012 | Author: | Filed under: comune, crisi sistemica, critica dell'economia politica, postcapitalismo cognitivo | No Comments »

Sovvertire la macchina del debito infinito
Intervista a Maurizio Lazzarato*

Dopo aver pubblicato la prefazione all’edizione italiana ritorniamo su La fabbrica dell’uomo indebitato di Maurizio Lazzarato con un’intervista all’autore su alcuni nodi del suo importante pamphlet.

Nel tuo saggio, riprendendo la seconda dissertazione de La Genealogia della morale di Nietzsche e L’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, fornisci una ricostruzione del neoliberalismo secondo la quale attorno al debito si produce un dispositivo di potere che informa interamente l’infrastruttura biopolitica. Parafrasando Marx potremmo dire che il debito non è una cosa ma un rapporto sociale. Quale nesso intercorre tra la relazione creditore-debitore e la proprietà?

Il rapporto creditore-debitore è un rapporto organizzato attorno alla proprietà, è un rapporto tra chi ha disponibilità di denaro e chi non ce l’ha. La proprietà piuttosto che essere dei mezzi di produzione come diceva Marx, ruota attorno ai titoli di proprietà del capitale, quindi c’è un rapporto di potere che si è modificato rispetto alla tradizione marxiana, è deterrittorializzato per dirla con Deleuze e Guattari – è a un livello di astrazione superiore, ma è comunque organizzato attorno a una proprietà: tra chi ha accesso al denaro e chi non ce l’ha.

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Perchè gli artisti ? MACAO è la risposta

Posted: Maggio 16th, 2012 | Author: | Filed under: arts, comune, kunst, Révolution | No Comments »

Written by Franco Berardi Bifo, 15.05.2012

“perché i poeti nel tempo della povertà?” chiede Holderlin nel suo poema “Pane e vino”.
E commentando questo verso, Heidegger dice: “Forse siamo nel momento in cui il mondo va verso la sua mezzanotte”.

In nome del vuoto

Il 5 maggio un gruppo di artisti, architetti, insegnanti e studenti e lavoratori precari della scuola e della comunicazione hanno occupato un edificio chiamato Torre Galfa e l’hanno rinominato Macao. L’edificio è un grattacielo di trentacinque piani, abbandonato da quindici anni.

Dieci giorni dopo l’occupazione, mentre il corpo gigantesco del precariato cognitivo milanese cominciava a stiracchiare le sue membra e a sintonizzarsi con la torre, sono entrati in azione gli esecutori del piano di sterminio finanziario. Il proprietario, noto alle cronache giudiziarie come corrotto e corruttore, ha deciso che quel posto è suo e deve rimanere com’è: vuoto. Tutto deve essere vuoto nella città, perché il capitalismo finanziario ha bisogno di distruggere ogni segno di vita. Le risorse materiali e intellettuali vengono progressivamente inghiottite, annullate, perché i predatori possano espandere la loro insensata ricchezza.

Per la prima volta, occupando la Torre, il movimento è uscito dalla sfera dell’underground e si è proiettato verso l’alto. Non è un movimento di talpe, ma di sperimentatori. Le talpe ora debbono venire fuori, debbono occupare ogni spazio, e contenderlo all’organizzazione di morte che si chiama Banca Centrale Europea.

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ONE BIG UNION

Posted: Maggio 16th, 2012 | Author: | Filed under: arts, Révolution | No Comments »

Su “One Big Union” di Valerio Evangelisti

di Daniele Barbieri

E’ «una specie di fantasma», un «uomo ombra» che «acquista vita concreta solo quando si finge qualcun altro» Robert William Coates, detto Bob. Ne è consapevole e – verso la fine della sua “carriera” – alla domanda «Ma tu chi sei?» risponde la verità: «Non sono nessuno».

Una vita da spia, da infiltrato, da provocatore con occasionali ruoli di picchiatore e sparatore o di capo delle squadracce anti-rossi. Inizia a 14 anni (nel 1877) facendosi reclutare per dare una lezione ai sovversivi della Comune di Saint Louis, «una massa di miserabili», e finisce – da assassino e torturatore – nel 1919. Eppure il Coates, quasi inventato da Valerio Evangelisti, è figlio di un operaio irlandese immigrato negli Usa. Si vende ai padroni certo, tradendo quelli come lui (“la sua classe” avrebbero detto socialisti e anarchici) ma quel che più colpisce è la sua convinzione di essere dalla parte del giusto, un «soldato dell’esercito del bene»: gli operai sono fannulloni anzi «sfaticati di professione, senzadio, sovversivi, accattoni nati» (come scrive la sorella di Coates, giornalista filo-padroni); se si vietasse il lavoro minorile sarebbe una tragedia nazionale; bisogna «attenersi all’ordine cristiano del mondo, al rispetto della proprietà privata» se occorre ingannando e violando le leggi; per la «feccia», la «mandria umana» (cinesi, slavi, negracci, ungheresi, scandinavi, tedeschi e «dagos» cioè italiani, una razza dannata) ci vogliono «legnate» o peggio; se in acciaieria «muore in media un operaio al mese e moltissimi restano feriti» (o si ammalano) è una ineluttabile fatalità; e se i padroni vogliono licenziare, abbassare i salari, fare trattenute per le parrocchie, pagare in buoni da spendere solamente nei loro spacci, vietare le rappresentanze dei lavoratori… sono nel loro pieno diritto. Verità ripetute da «autorità, Chiese, i giornali più diffusi, gli intellettuali illustri, i politici migliori» spiega Coates a Sam Dreyer, una specie di gorilla che risponde: «Tanto meglio, picchierò con più convinzione».

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La società dei simulacri

Posted: Maggio 11th, 2012 | Author: | Filed under: anthropos, epistemes & società, post-filosofia | No Comments »

di Mario Perniola

La società dei simulacri nel tempo del governo dei peggiori

Ho aspettato trent’anni per ripubblicare questo libro, nonostante le ripetute sollecitazioni di lettori e di editori. Infatti solo ora i fenomeni sociali descritti allora, al loro sorgere, il potere delle organizzazioni criminali e la decadenza del sapere, hanno raggiunto il loro momento culminante.

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Fine, collasso, infimo inizio

Posted: Maggio 11th, 2012 | Author: | Filed under: anthropos, post-filosofia, Révolution | No Comments »

di Mario Perniola

Un rapporto complesso e problematico lega l’idea della fine a quella del senso. Forse nessuno meglio di Kant ha colto nello scritto La fine di tutte le cose (1794) tale rapporto. In particolare, colpisce l’idea che non si possa cogliere il senso di checchessia se non pensando alla sua fine: il momento diacronico e storico risulterebbe inseparabile da quello estetico e teleologico. In un’altra opera Kant scrive: “Infine deve pur cadere il sipario. Perché alla lunga diverrebbe una farsa; e se gli attori non se ne stancano perché sono pazzi se ne stanca lo spettatore, che a un atto o all’altro finisce per averne abbastanza se ha ragione di presumere che l’opera, non giungendo mai alla fine, sia eternamente la stessa”.

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Marx e l’istituzionalismo

Posted: Maggio 7th, 2012 | Author: | Filed under: Marx oltre Marx | No Comments »

di Carlo Formenti

La crisi ha portato allo scoperto i limiti della teoria economica egemone tanto a livello accademico quanto a livello politico. Ecco perchè massima deve essere l’attenzione verso i contributi controcorrente, come il libro di Forges Davanzati “Credito, produzione, occupazione: Marx e l’istituzionalismo”.

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GENOVA, NOME PER NOME

Posted: Maggio 6th, 2012 | Author: | Filed under: Révolution | No Comments »

Genova, nome per nome – Le violenze, i responsabili, le ragioni: inchiesta sui giorni e i fatti del G8

Un libro di Carlo Gubitosa – carlo@gubi.it

In occasione del decennale della contestazione al G8, Carlo Gubitosa (direttore della rivista Mamma!) e le edizioni Altreconomia vogliono contribuire alla memoria storica di quei giorni diffondendo su internet “Genova, nome per nome”, un libro/inchiesta di 600 pagine, frutto di un lavoro di ricerca e documentazione durato due anni.

Questo testo, utilizzato anche come strumento per spettacoli teatrali (“Sangue dal Naso”, di e con Andrea Maurizi) e documentari televisivi (“Blu Notte” di Carlo Lucarelli), si e’ confermato nel corso degli anni come un riferimento imprescindibile per capire che cosa e’ accaduto in quel luglio 2001, quando la proposta del movimento per la globalizzazione dei diritti e il sogno di “un altro mondo possibile” si sono scontrati con il potere violento delle istituzioni.

A partire dal 20 luglio 2011 il libro “Genova, Nome per Nome” di Carlo Gubitosa, edito da Altreconomia, e’ rilasciato con la licenza Creative Commons BY-NC-ND 3.0, che ne consente il libero utilizzo per finalita’ non commerciali, a condizione che sia preservata l’integrita’ dell’opera e l’attribuzione all’autore.

La versione diffusa in formato elettronico e’ integrata da un dossier realizzato da Altreconomia, nel quale sono riassunte le vicende giudiziarie relative ai fatti di Genova che si sono sviluppate dopo la pubblicazione del libro.

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Il suicidio dell’amore

Posted: Maggio 6th, 2012 | Author: | Filed under: anthropos, bio, vita quotidiana | No Comments »

di Sarantis Thanopulos

Un uomo di 34 anni ha ucciso la sua convivente di 20 anni e ha gettato il cadavere, avvolto in un lenzuolo, da un cavalcavia. Durante un momento di intimità lei l’aveva chiamato con il nome del suo ex fidanzato. Dall’inizio dell’anno sono 54 le donne uccise dal loro compagno per motivi, il più delle volte, di gelosia. Freud ha interpretato il delirio di gelosia dell’uomo in termini di negazione dell’omosessualità: «Non sono io che amo lui (l’uomo). È lei (la mia donna) che lo ama». L’omosessualità contribuisce alla costituzione di un desiderio eterosessuale compiuto perchè garantisce il necessario investimento narcisistico del proprio desiderio e favorisce l’identificazione con il desiderio del partner. Nel maschio il rigetto della propria componente omosessuale è sempre associato alla paura della femminilizzazione, della perdita idella propria identità virile. Provoca una difficoltà di coinvolgimento erotico profondo, perché comporta l’inibizione della parte accogliente, femminile di sé, e alimenta la frustrazione e l’odio nei confronti della donna. La rimozione eccessiva dei propri desideri omosessuali è il motivo della gelosia morbosa anche nella donna eterosessuale: spesso dietro l’acerrima rivalità si nasconde il desiderio inconfessabile per la rivale. Tuttavia nella donna, la gelosia folle, che l’omofobia interna può determinare, non esita solitamente nella stessa violenza distruttiva che a volte conduce l’uomo all’omicidio. Ciò perché questa gelosia protegge la donna da una figura materna intrusiva, che ha invaso il suo spazio erotico quando era bambina inibendo la parte omosessuale del suo desiderio. L’odio nei confronti dell’uomo traditore concentra l’investimento erotico su di lui, figura meno invasiva (perché meno significativa) che fa da cuscinetto protettivo tra lei e la rivale, oggetto di un amore impossibile. L’uomo eterosessuale ossessivamente geloso deve difendersi dai sentimenti omosessuali, perché in lui sono rinforzati dal suo odio nei confronti della stessa figura materna intrusiva che minaccia l’erotismo della donna omofoba. La gelosia lo protegge dalla propria omosessualità e conserva il carattere eterosessuale del suo desiderio (e il suo legame con la donna) ma lo allontana dal legame solidale, omofilico con il suo simile (in principio il padre) e lo lascia indifeso nei confronti di una figura femminile che capta tutto il suo interesse ed è vissuta come castrante. Il tradimento da parte di una figura cosi potente gli appare come conferma della sua impotenza e può scatenare una rabbia incontenibile. La figura di una madre infelice nel suo rapporto con l’uomo che si riscatta attraverso il possesso del figlio getta la sua ombra sul destino degli assassini delle loro compagne. Con questa madre da riscattare essi si identificano, non ne possono fare a meno anche se la odiano. La donna trovata morta in un lenzuolo sotto il cavalcavia, sembrava, a detta dei testimoni, avvolta in un sudario. Corpo materno avvolto nel sudario del figlio sacrificale, il figlio messianico che uccidendo nella propria donna (vittima sfortunata e incolpevole) la madre da riscattare afferma che il riscatto non è possibile che nella morte, nell’omicidio-suicidio.

[il manifesto]


Intervista a Jason Read

Posted: Maggio 4th, 2012 | Author: | Filed under: comune, postcapitalismo cognitivo, Révolution | No Comments »

Un’intervista al filosofo autore di un fortunato saggio su
«Micro-Politics of Capital». La solitudine di una generazione dopo che
l’esplosione della bolla speculativa delle lauree ha radicalizzato la
competizione per accedere al mercato del lavoro.

Nel profondo Maine, ora governato da un aggressivo rappresentate del Tea
Party, ci sono almeno una ventina di inziative che hanno assunto il nome di
Occupy. Tra queste, l’occupazione della University of Southern Maine, in cui
insegna ed è politicamente attivo Jason Read. Il suo importante libro The
Micropolitics of Capital (Suny Press, 2003, ora disponibile anche in formato
ebook), che ha al proprio centro la questione della produzione di
soggettività, cerca di far dialogare il marxismo «postoperaista» con
l’apparato concettuale althusseriano, pur nei diversi e spesso contradditori
rivoli in cui si sono dispersi gli allievi del maestro francese.

La conversazione con Read è partita dai motivi che sono alla base della sua
ricerca. «Sono arrivato all’operaismo dall’anarchismo diffuso nei college
americani e soprattutto attraverso la pubblicazione del testo sull’autonomia
operaia di Semiotext(e): capii che dovevo leggere Marx. Credo che sia
possibile comprendere il capitalismo, teoricamente e politicamente, solo
afferrando la produzione di soggettività nel duplice significato del
genitivo: il pensiero althusseriano permette di elaborare un discorso su
come i soggetti sono costituiti, l’operaismo ha invece colto l’altra parte,
cioè la formazione del soggetto autonomo. É necessario mettere in relazione
e in tensione queste due letture, per porre a critica l’idea dominante
secondo cui tutto è strutturato dal capitale».

Come questo duplice concetto di produzione di soggettività può spiegare da
un lato le politiche neoliberali e la loro crisi, dall’altro le lotte e il
movimento Occupy?

La cosa più semplice che si può dire del neoliberalismo è che produce una
soggettività completamente individualizzata, presunte figure
autoimprenditoriali private di ogni identificazione collettiva. Se il
capitale fisso si soggettivizza, il capitale deve gestirlo e governarlo,
rendere le soggettività isolate, competitive e incapaci di articolare le
proprie relazioni sociali. Credo che il movimento Occupy stia creando un
significato della dimensione collettiva, producendo una soggettività
politica ma in assenza di un linguaggio che articola questa soggettività. È
necessario comprendere le nuove forme in cui la ricchezza è estratta e
permea l’intera vita, dal debito alla privatizzazione dei servizi. Lo
sfruttamento non è limitato al lavoro: dobbiamo allora approfondire questi
processi per capire le soggettività e le differenti forme di resistenza allo
sfruttamento.

Qual è lo spazio per questi temi nel dibattito teorico e politico
statunitense, dentro e fuori l’università?

Questi temi non si trovano necessariamente nei contesti in cui ce li
aspetteremmo. Prendiamo l’esempio del lavoro affettivo, che connette la
teoria degli affetti a partire dala filosodia di Spinoza, il contributo del
femminismo e le trasformazioni del lavoro. Questi differenti lati sono
limitati dai confini disciplinari e mai completamente articolati. Vi è poi,
politicamente, una discussione sul lavoro affettivo rispetto al lavoro di
cura, ma uno dei maggiori problemi è, almeno negli Stati Uniti, il reciproco
isolamento di politica e teoria: solo la loro interazione è in grado di
produrre una reale trasformazione. Chi è interessato a questi temi dal punto
di vista teorico li considera questioni accademiche, sconnesse
dall’attualità politica.

Tuttavia, esistono le possibilità di superare questo reciproco isolamento.
Molta della produzione teorica del movimento Occupy, ad esempio, ha preso
corpo innanzitutto attraverso i video, i blog, i siti: è avvenuto tutto
troppo velocemente per essere compreso o catturato dal meccanismo
dell’accademia. È però necessario creare degli spazi all’interno di Occupy
per la riflessione teorica: finora sono stati riempiti dai discorsi delle
«celebrità», come Slavoj Zizek o Judith Butler. Penso invece che già stiano
prendendo corpo i luoghi della discussione e dell’autoformazione, ma devono
crescere e determinare una prassi teorica che abbia continuità.
Il reciproco isolamento di pratica teorica e pratica politica rischia di
consegnare la prima all’accademia e la seconda a un attivismo che fa
difficoltà a costruire prospettiva.

Quali sono i tentativi di costruire quella che hai chiamato un’articolazione tra produzione di sapere e organizzazione politica?

Ci sono varie esperienze in questa direzione. La sfida è andare oltre
all’evento spettacolare: Occupy ha bisogno non di domande, perché ciò
presuppone qualcuno che vi risponda e le legittimi. Diciamo allora che ha
bisogno di articolare le proprie prospettive. C’è una resistenza da questo
punto di vista, che è parte della pluralità delle lotte. Ma a un certo punto
bisogna scegliere tra la completa trasformazione della struttura economica e
sociale, oppure la semplice limitazione legale dell’azione delle banche: se
non si costruisce un confronto critico tra queste differenti prospettive, la
semplice pluralità rischia di bloccare l’azione politica.

È qualcosa che sta avvenendo oppure è un’indicazione da costruire?

Ogni movimento sociale deve produrre il proprio sapere. Occupy ha portato a
galla ciò che già esisteva – come la privatizzazione e la militarizzazione
degli spazi urbani, o la criminalizzazione degli homeless – ma che era
passato senza che quasi nessuno se ne accorgesse. Molte delle leggi usate
contro Occupy sono, ad esempio, quelle contro i senza casa o chi dorme in un
parco. Penso che l’autoformazione del movimento debba muoversi verso la
critica dell’economia politica. Uno dei limiti di Occupy è il modo di
pensare la produzione e la circolazione della ricchezza. È quindi di
strategica importanza la questione del debito. Essendo un dispositivo di
moralizzazione e individualizzazione, cioè è rappresentato come una forma di
dipendenza da nascondere, è difficile costruire azione collettiva.
Il debito da consumo riguarda l’uso della carta di credito, ma anche
l’esternalizzazione dei costi dei servizi sociali e le forme di produzione
della propria esistenza: viene così mistificato il passaggio dal pubblico al
privato. Per Occupy significa svillupare un punto di vista generale sui
commons, che finora negli Stati Uniti è stato innanzitutto incentrato sulla
gestione dello spazio e sul fatto che la politica debba riguardare le
persone e non le imprese. Il passaggio è comprendere il comune come ciò che
viene prodotto collettivamente. Perciò la produzione di ricchezza è una
questione teorica centrale per andare oltre il dispositivo di moralizzazione
e individualizzazione del debito.

Il debito studentesco è anche una forma di canalizzazione delle scelte di
studio e di vita, in un certo senso è un regime di controllo dei
comportamenti futuri. Il debito è dunque un dispositivo di produzione di
soggettività…

Questo è il punto: il debito forza continuamente lo studente a sacrificare
il presente per il futuro. Gli studenti che si indebitano per andare
all’università non si chiedono a cosa sono interessati o quali sono i loro
desideri, ma semplicemente qual è lo spazio per un futuro nel mercato del
lavoro. È terribilmente vincolante ed agisce dall’alto e dal basso.
Dall’alto c’è uno spostamento dei costi dell’università dal pubblico al
privato. Nelle università pubbliche americane due terzi dei costi della
formazione erano pagati dallo Stato e un terzo dagli studenti: ora il
rapporto è rovesciato, e i costi a carico dello studente stanno
ulteriormente crescendo. C’è una trasformazione dell’università pubblica in
università del debito. Dal basso, produce un soggetto costretto a essere
interessato solo ai programmi e ai saperi che offrono la possibilità di
ripianare il debito, come medicina, giurisprudenza, business e così via.
Diminuiscono invece le domande per filosofia, sociologia, arte, le
humanities in generale. Ai docenti di queste discipline non viene detto che
non possono insegnare, ma che non ci sono domande; così filosofia viene
trasformata in etica medica. Dunque, la ristrutturazione sembra venire dal
basso, dai supposti bisogni della sovranità dei consumatori, però si tratta
di consumatori indebitati, le cui domande sono prodotte dall’università
stessa.

Tutto ciò mentre l’università cessa di essere un ascensore per la mobilità
sociale e il valore delle lauree è una bolla ormai esplosa…

Da tempo, negli Stati uniti c’è una discussione proprio sulla bolla delle
lauree dequalificate: il debito, ad esempio, ha prodotto molti più avvocati
di quanti riuscissero a trovare un lavoro. C’è dunque un’inflazione di ciò
che si immagina essere spendibile sul mercato del lavoro; molte figure
altamente specializzate non riescono a trovare un’occupazione nel campo per
cui si sono indebitate. Per tanti anni in questo paese si è detto che le
scienze di programmazione informatica avevano un alto valore, nessuno
pensava che il lavoro potesse essere esternalizzato in India a una forza
lavoro meno costosa.
La logica mercantile che sottostà alla specializzazione crea problemi di
sovrapproduzione e vede una massa di studenti che non possono ripianare il
debito e quindi devono cercare lavori che non hanno nulla a che fare con
quello che hanno studiato.
Poi c’è la retorica secondo cui quello che viene richiesto ai lavoratori
sono competenze generiche e non specializzate, la capacità di pensare
criticamente, l’intelletto in generale e non le sue specifiche forme.
Nessuno più ci crede. La specializzazione è quindi esclusivamente una forma
di disciplinamento dei lavoratori, che ti rende pronto ad accettare tutto.
Inoltre, se le lauree diventano sempre più iperspecialistiche è perché vi è
una stretta parternship tra gli interessi economici locali e le università:
se il settore assicurativo o quello finanziario o l’ospedale hanno un ruolo
importante in una città, i programmi universitari saranno costruiti di
conseguenza. Così, ti devi indebitare per la tua specializzazione, per il
tirocinio, per aggiornare le tue competenze che diventano rapidamente
obsolete.

Il debito, in particolare quello studentesco, sta diventando una questione
importante nel movimento Occupy, soprattutto con la campagna Occupy Student
Debt. Quali prospettive vedi?

Sul sito di Occupy Wall Street le persone descrivono la propria condizione
economica, i debiti contratti e quanti lavori fanno, mostrando il gap
incolmabile tra debito e salario. Quando dentro Occupy si parla di debito
c’è la preoccupazione che si possano creare divisioni: altre generazioni
sono andate a scuola dentro differenti regimi finanziari, dunque c’è il
problema di articolare la solidarietà tra queste diverse esperienze di
debito studentesco. Credo che ciò sia possibile solo comprendendo come il
debito abbia permesso la diminuzione dei salari reali. Il debito ha
consentito agli americani di percepirsi ancora come classe media, è stato un
enorme strumento di pacificazione. Puoi avere la casa, la macchina, mandare
i figli al college e finché dura, pur nella stagnazione salariale, ti senti
rappresentato e soddisfatto della società in cui vivi. Adesso che tutto ciò
è collassato, il problema è come produrre una soggettività politica del
debitore, in grado di andare oltre i processi di individualizzazione.

Quali sono, in generale, le prospettive del movimento Occupy a partire dalla
May Day?

Una grande sfida nei prossimi mesi sarò di rimanere separati dalla scadenza
elettorale, soprattutto perché il Partito democratico sta cercando di
ringiovanirsi attraverso Occupy. Il movimento si è identificato nella
tattica dell’occupazione, centrale e necessaria, capace di comporre e
mobilitare figure e spazi che vivono in una condizione di frammentazione e
precarietà. Allo stesso tempo bisogna creare altre tattiche, come hanno
fatto ad Oakland bloccando il porto. Come organizzare uno sciopero di massa
dei debitori? Come agire senza creare una centralizzazione della decisione
politica? Un movimento deve essere capace di auto-sostenersi, per tirare
fuori le persone che sono state arrestate durante gli sgomberi, creare reti
di solidarietà che consentano di avere cibo e supportare chi sciopera.
Bisogna pensare a forme di redistribuzione e riappropriazione, creare
davvero un’istituzione del comune: non una semplice protesta, ma un processo
costituente.

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SCAFFALE

Dall’etica di Spinoza alla scuola di Althusser
Laureato nel 1994, Jason Read ha conseguito il dottarato alla «State
University of New York» con una tesi su «The Production of Subjectivity:
Marx and Contemporary Continental Thought». Autore di un saggio su
«Micro-Politics of Capital» (Suny Press), Read ha pubblicato molti saggi
attorno alla filosofia di Baruch Spinoza ed è considerato uno delle figure
emergenti del pensiero critico radicale Usa. Molto attivo nel movimento
Occupy, ha scritto molti interventi e saggi su come è cambiato il sistema
universitario statunitense a partire dall’equivalente Usa del «debito
d’onore».

il manifesto


Collective Action in UK

Posted: Maggio 2nd, 2012 | Author: | Filed under: au-delà, Révolution | 3 Comments »

May Day statement of “Collective Action”. In it we outline our analysis of the problems facing the anarchist movement in the UK and offer a call out to all independent anarchist communists to participate in our project to re-visit our political tradition, re-group and re-kindle our political action.

“I listen to them freely and with all the respect merited by their intelligence, their character, their knowledge, reserving always my incontestable right of criticism and censure.” – Mikhail Bakunin

The contemporary anarchist movement throughout the UK, and indeed around the world, faces unique challenges.

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